domenica 19 agosto 2012

PIFFERO DELLE QUATTRO PROVINCE

:::PIFFERO DELLE QUATTRO PROVINCE:::... Il piffero è lo strumento principe per le musiche delle 4 province(OLTREPO ALTA VAL TREBBIA-SCRIVIA LIGURE)culturalmente omogenea formata dalle valli montane delle province di Pavia, Alessandria, Genova e Piacenza. Il MusottoL'intonazione è in sol. Lo strumento è costituito da tre parti: Il musotto, l'ancia di questo strumento, realizzata in canna, è colloc...ata in una "piruette" (bocchino chiamato musotto), particolarità, unica in Italia, che ha in comune con gli oboe orientali e antichi. Questa struttura permette di eseguire il fraseggio tipico detto "masticato" del repertorio 4 province. La canna conica che ha 8 fori (l'ottavo foro posteriore si usa col pollice mano sinistra). Un padiglione svasato chiamato "campana" dove riposa, durante l'esecuzione, una penna di coda di gallo, che serve per pulire l'ancia. Completano lo strumento le vere, anelli di rinforzo e abbellimento in ottone. Anticamente veniva accompagnato dalla cornamusa appenninica detta müsa e ai nostri giorni più frequentemente dalla fisarmonica. La coppia piffero e fisarmonica accompagna ancora oggi tutte le danze di questa zona. Il più rinomato costruttore di pifferi fu Nicolò Bacigalupo, detto ü Grixiu (Cicagna, 1863 - 1937) attivo a Cicagna (val Fontanabuona GE) dal 1900, dopo il suo ritorno dal Perù, fino alla sua morte. Ciò che rimane della bottega del Grixiu (strumenti musicali semilavorati e attrezzi tra cui il tornio a pedale) è conservato nel Museo etnografico Ettore Guatelli di Ozzano Taro (PR). Oggi i pifferi continuano ad essere costruiti da Ettore Losini, detto Bani, di Degara di Bobbio (PC) e da Stefano Mantovani della provincia di Pavia. Il repertorio musicale è corposo, antico, trasmesso attraverso i secoli (ilfifaro è citato in uno scritto del Pessagno su fatti della val Fontanabuona del 1578) comprende oltre le melodie da ballo, brani che scandivano i momenti della vita contadina: questue come il carlin di maggio, la galina grisa o la santa croce; il carnevale con la povera donna; la partenza per leva con leva levon; il matrimonio con la sposina (brano per accompagnare la sposa dalla sua casa alla chiesa) e altri brani "da strada" come la sestrina per accompagnare i cortei nelle varie occasioni. I pifferai più famosi del passato furono Draghino, Ernesto Sala di Cegni, Jacmon, Giuanen e Fiur in val Trebbia[senza fonte]. La coppia piffero-fisarmonica porta il nome, o più spesso il soprannome dei suoi componenti, alcune di quelle attive oggi sono: Bani (Ettore Losini) e Tilion (Attilio Rocca) Stefanino (Faravelli) e Franco (Guglielmetti) Marco (Domenichetti) e Cisdra (Cesare Campanini) Roberto Ferrari e Claudio Rolandi Stefano (Valla) e Daniele (Scurati) Massimo (Perelli) e Gianpaolo (Tambussi) Fabio (Paveto) e Buscaien (Stefano Buscaglia) I gruppi di folk revival che usano il piffero nei loro concerti: Baraban, la Ciapa Rusa, i Tendachent, i Tre Martelli, i Musicanti del piccolo borgo, gli Enerbia, i Müsetta, i Suonatori di menconico, la Quinta Rua, gli Epinfrai, i Calagiùbella (Casalcermelli - AL), L'Ariondassa.

venerdì 4 maggio 2012

LA PROVINCIA DI BOBBIO

LA PROVINCIA DI BOBBIO
Istituita nel 1743 con il Trattato di Worms, comprendeva un vasto territorio nel Regno di Sardegna. Il 23 Ottobre 1859 il territorio, sotto Pavia, diviene circondario fino allo smembramento del 1923.

La storia della provincia inizia con la fine della guerra di successione austriaca, infatti Bobbio, fino allora Contea dei Dal Verme con il suo territorio, entra a far parte del Regno di Sardegna lasciando l’ex Ducato di Milano austriaco, e lo Stato Sabaudo la eleverà a capoluogo di provincia fino alla costituzione del Regno d’Italia.
A seguito del Trattato di Worms del 13 settembre 1743, confermato con la Pace di Aquisgrana del 18 ottobre 1748, avveniva l'alleanza antifrancese dei Savoia con Maria Teresa d’Austria e l'Inghilterra nella guerra di successione austriaca. Per concessione dell’Austria le autorità sabaude dopo la guerra, unirono
l'Oltrepò, con il Vogherese, il Bobbiese e feudi adiacenti (Siccomario, Langhe Malaspiniane e Feudi
Vermeschi) in una nuova provincia con capoluogo Voghera, nonostante l'istituzione della provincia di
Bobbio nel 1743, ma che fu effettiva formalmente solo in seguito.
La provincia venne creata sommando i territori dei Feudi dei Dal Verme, dell’antica Contea di
Bobbio con Corte Brugnatella, con le Langhe Vermesche e le Signorie dei marchesati dei Malaspina,
fra i quali i feudi di Varzi, Godiasco e Oramala, con i feudi di Fortunago, Cecima e Bagnaria ed altri,
che furono separati da Voghera e costituirono la nuova provincia di Bobbio.
Essa fu poi smembrata dalla Francia napoleonica fra il 1797 ed il 1803, ed inserita nel Dipartimento di
Marengo (Alessandria), mentre nel 1805 è inserita nella Repubblica Ligure sotto il Dipartimento di
Genova.
Tra il 1797 ed il 1814 Bobbio diviene Circondario (arrondissement francese) data l'abolizione delle
province e verranno inseriti buona parte dei Feudi imperiali liguri aboliti effettivamente nel 1798,
come il contado di Ottone (con i comuni di Cerignale, Fascia, Fontanigorda, Gorreto, Pregòla, Rondanina, Rovegno e Zerba), che era nel Dipartimento dei Monti Liguri Occidentali che comprendeva
tutta l'alta Val Trebbia da Ponte Organasco e Carrega Ligure in Val Borbera e la Val Boreca. Nel 1815,
dopo la caduta di Napoleone, rinasce nuovamente la provincia di Bobbio con il medesimo territorio.
Con la riforma amministrativa del 1818 vi è una modifica territoriale, con la perdita dei comuni di
Borgoratto, Cecima, Godiasco, Montesegale, Pizzocorno e Staghiglione che passano nella provincia di
Voghera; ma fu inclusa sempre nella Divisione di Genova del Ducato Ligure sotto il regno di Sardegna.
Dal 1848 la provincia di Bobbio venne staccata dalla Divisione di Genova e aggregata provvisoriamente
alla Divisione di Alessandria, ma dipese sempre da Genova.
Nel 1859 con il Regio Decreto n. 3702 del 23 ottobre 1859 – Decreto Rattazzi venne inclusa nella provincia di Pavia e ridiventa circondario (effettivo dal 1861), poi nel 1923 i comuni del
circondario vengono divisi tra le province di Pavia, Piacenza e Genova. Nel 1925 i comuni piacentini di
Romagnese, Ruino, Valverde e Zavattarello ritornarono in provincia di Pavia.
La Provincia di Bobbio (ab. 36.906 nel 1814) era divisa in quattro Mandamenti: Bobbio (ab. 7.723),
Ottone (ab. 10.691), Varzi (ab. 7.581) e Zavattarello (ab. 10.914).
Il comune più popoloso era il capoluogo Bobbio (ab. 3.475 nel 1814, ab. 3.743 nel 1839).
I comuni in totale dopo il 1814 erano 27, ma furono 44 i comuni (con la popolazione del (1814)
e quelli del [1839]) che fecero parte della provincia di Bobbio in anni diversi, alcuni vennero soppressi
altri ripristinati, altri passarono ad altre province ed altri furono di nuova costituzione: Bagnaria (o Bagnara) (ab. 778) [ab. 713], Bobbio (ab. 3.475) [ab. 3.743], Borgoratto Mormorolo (ab.
820), Caminata (ab. 930) [ab. 652], Cecima (ab. 824), Cella di Bobbio (con Castellaro di Varzi e Casale,
Cegni, Cignolo e Negruzzo di Santa Margherita) (ab. 1.444) [ab. 1.610], Cerignale (ab. 1.050) [ab. 1.005], Corte Brugnatella (ab. 697) [ab. 745], Fascia [ab. 627], Fontanigorda [ab. 1.338], Fortunago (ab. 872) [ab. 802], Godiasco (con San Giovanni Piumesana) (ab. 2.210), Gorreto (ab. 773) [ab. 875], Gravanago (manca), Groppo (manca) [nel 1818 assieme a Godiasco, nel 1929 venne aggregato al comune di Pozzolo, costituendo l’attuale Pozzol Groppo(AL)], Menconìco (con San Pietro Casasco più Caro Bosmenso di Varzi) (ab. 1.021) [ab. 1.132], Moncasacco (manca), Monteforte (manca), Montepicco (manca), Montesegale (ab. 800), Nivione (con Capo di Selva di Varzi) (manca), Oramala (con Quarti) (manca), Ottone (ab. 2.759) [ab. 4.270], Pietra Gavina (con Casa Cabano, Casa Fiori, Cascina Torretta, Santa Cristina di Varzi) (ab. 528) [ab. 467], Pizzocorno (ab. 896), Pregòla (ab. 1.759) [ab. 1.817], Rocca Susella (manca), Romagnese (ab. 1.947) [ab. 1.822], Rondanina [ab. 627], Rovegno (ab. 2.160) [ab. 2.386], Ruino (ab. 999) [ab. 955], Sagliano di Bobbio (o Sagliano di Crenna)
[ab. 244], Sant'Albano di Bobbio [ab. 476], Santa Margherita di Bobbio (ab. 583) [ab. 599], San Ponzo
(manca), Staghiglione (con Stefanago di Borgo Priolo) (ab. 1.251), Torre d'Albera (manca), Trebbiano
(manca), Trebecco [ab. 376], Val di Nizza (ab. 1.177) [ab. 1.129], Valverde (ab. 1.381) [ab. 900], Varzi (ab. 1.934) [ab. 2.045], Zavattarello (ab. 1.648) [ab. 1.729], Zerba (ab. 2.190) [ab. 1.275].

Gian Luca Libretti

martedì 1 maggio 2012

OLTREPO ALTA VAL TREBBIA-SCRIVIA LIGURE


Dove comincia l'Appennino

Note culturali e naturalistiche sul territorio delle Quattro Province

chi fa questo sito diritti d'autore
1/5/2012, ore 18.39
contatti: redazione@appennino4p.it




L'Appennino, la catena montuosa che percorre come un'ossatura tutta l'Italia peninsulare, ha inizio all'altezza del passo del Turchino, fra Genova Voltri e Alessandria. Qualcuno ipotizza che il nome Appennino discenda da Pen, dio ligure dei boschi e delle montagne, dal quale sarebbero derivati anche i nomi di monti come Penna e Pénice.
carta a grande scala Queste pagine sono dedicate al primo tratto settentrionale dell'Appennino, un gruppo di montagne e valli divise, dal punto di vista amministrativo, in ben quattro province di quattro regioni diverse: Genova (Liguria), Alessandria (Piemonte), Pavia (Lombardia) e Piacenza (Emilia-Romagna). Culturalmente, però, si tratta di un'area omogenea, dove per secoli la gente ha vissuto in modi simili (coltivando cereali, patate e castagne, allevando capre e mucche, costruendo villaggi di impianto caratteristico, ecc.) e si è conosciuta e sposata più facilmente a cavallo tra le alte valli che fra queste e le corrispondenti zone di pianura. Questa unità è testimoniata soprattutto nella musica tradizionale popolare, che perciò è stata definita delle Quattro Province: espressione che ci sembra la più adatta a denotare l'area di cui parliamo.




Una terra di ponti

Bobbio. Ponte medievale gobbo sul Trebbia Si sa che l'immaginario popolare associa usualmente l'edificazione di un ponte all'intervento disturbante del diavolo, ed è facile capirne la ragione: i ponti uniscono, il diavolo è "colui che divide". [...] Nella cultura popolare più folletto disturbante che incarnazione del male assoluto, il diavolo insinua, con il suo operare negativo, l'immagine della contraddizione insita in ogni azione volta ad unire, a valicare, a guadare. In fondo, la sua disperata opposizione alla creazione di contatti, nessi, comunicazioni, reca in sé un germe di valore: la difesa di identità e specificità, però scaduta nel malinteso di una chiusura all'altro, di un rifiuto assoluto e sterile.
Se il ponte gobbo di Bobbio, che unisce le rive opposte della Trebbia, mi ha suggerito queste considerazioni, è perché in queste valli, che siamo oramai usi definire "delle Quattro Province", si palesa in pienezza la complessità dei molteplici e contraddittori temi di unione e conflitto, chiusura e scambio, apertura e isolamento. Valli percorse da tracciati millenari, vie marenche e vie del sale, per frantumi di ghiaie e correnti di acque, oppure tra le balze delle creste, d'azzurro e verde, specchiati a nord in nebbie di pianura o a sud nel bagliore diafano di un lembo di mare. Valli un tempo di antiche solidarietà, consuetudini comunitarie, ampiezza di pascoli, ricchezza d'acque. Ma anche di chiostre remote e greppi ardui, di esistenze consumate su orizzonti sempre uguali, di rivalità antiche e sanguigne. Valli oggi fatte sovente impenetrabili di selva, borghi in rovina avvinti da un trionfo di vegetazione, chiusi in cupezza d'abbandono.
Paolo Ferrari Magà
(Dalla val Trebbia alle "molte province" = World music magazine. 62 : 2003.10. p 5-7)



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venerdì 30 marzo 2012

RADICI DELLE QUATTRO PROVINCE

Per Quattro province si intendono quattro province a nord di Genova:
Alessandria, in Piemonte in val Borbera e val Curone
Genova, in Liguria in val Trebbia, val d'Aveto, valle Scrivia, val Fontanabuona
Pavia, in Lombardia in valle Staffora
Piacenza, in Emilia-Romagna in val Trebbia, val d'Aveto, val Boreca, val Luretta, val Nure e val Tidone
Storicamente zona di transito per commercianti, eserciti, pellegrini e viaggiatori, vi passavano antiche percorrenze come la via Postumia (tracciata da Aulo Postumio Albino nel 148 a.C.) che collegava Genova ad Aquileia; la via Francigena, che durante il Medioevo portava i pellegrini dalla Francia a Roma e da qui a Gerusalemme, la via degli Abati che partiva da Bobbio, la via del sale attraverso la quale transitava, verso la pianura Padana, il sale proveniente dalla Liguria.
Nei tempi andati l'area era molto più ampia: si estendeva fino alla pianura Padana a nord e al mare a sud, lambendo la provincia di Parma ad est. I cambiamenti socio-economici hanno totalmente cambiato i modi di vita tradizionali. L'inurbamento e il conseguente spopolamento delle campagne, la difficoltà di mantenere in vita usanze non più indispensabili alla vita sociale dei piccoli nuclei, l'innegabile fascino del nuovo che va a soppiantare un vecchio che portava con sé ricordi e richiami ad una vita povera e difficile, ne hanno notevolmente ridotto la superficie.La definizione di un esatto confine di questa zona è difficile. L'estensione attuale è limitata alle aree montane e valligiane di val Borbera e val Curone nella provincia di Alessandria, alta valle Scrivia, alta val Trebbia, val d'Aveto, val Fontanabuona, val Pentemina in provincia di Genova, valle Staffora in provincia di Pavia, val Trebbia, val Boreca, val Tidone, val Luretta, alta val Nure in provincia di Piacenza.
Si deve all'opera del fiume Trebbia e dei torrenti Scrivia, Aveto, Bisagno, Borbera, Boreca, Curone, Lavagna, Staffora, Tidone, l'aver scavato vallate impervie nelle quali la difficoltà di comunicazione e le strade tortuose - unite alla tenacia dei montanari - hanno contribuito a preservare dal rischio di estinzione una fetta importante del patrimonio culturale italiano.Molte sono le testimonianze della presenza dei Liguri fin dall'Età della pietra (villaggio neolitico a Travo, val Trebbia piacentina) e nell'età del ferro (castelliere, villaggio fortificato di Guardamonte nell'Alessandrino).
Ben documentata anche la presenza dei Romani: molti i toponimi, i ritrovamenti archeologici (resti della città di Libarna in val Scrivia) e la documentazione storica (Tabula alimentaria traiana del Municipio di Velleia del II secolo d.C.). Secondo lo storico Polibio, nel dicembre del 218 a.C., Annibale inflisse una pesante sconfitta al console romano Tito Sempronio Longo nella battaglia della Trebbia. Alcuni toponimi della Val Trebbia e della val Boreca, come Zerba sembra rechino traccia dal passaggio delle truppe di Annibale.
Dal IV secolo, sotto la pressione crescente delle popolazioni barbariche, si verificò una migrazione dalla costa ligure e dalla pianura verso le zone montuose. Si formarono così nuovi insediamenti basati su un'economia di sussistenza agro-pastorale.
Dopo la caduta dei Longobardi a opera di Carlo Magno, il Sacro Romano Impero costituì i Feudi Imperiali, con lo scopo di mantenere un passaggio sicuro verso il mare, assegnò questi territori a famiglie (quali: i Malaspina, i Fieschi, i Doria, i Pallavicino, i Landi e i Farnese) che dominarono per secoli questi feudi.
Napoleone abolì i feudi e il territorio venne diviso tra la Repubblica Cisalpina e la Repubblica Ligure, nel 1815 il Congresso di Vienna cedette gli ex feudi imperiali al Regno di Sardegna e nel 1861, questi territori vennero annessi al Regno d'Italia.Tra gli elementi culturali comuni di queste vallate il più noto è quello musical-coreutico. Il modo di cantare dei cori, influenzato dal trallallero genovese, il repertorio delle musiche da piffero e le danze popolari dette, appunto, delle quattro province sono preziose testimonianze di una cultura antica miracolosamente sopravvissuta fino ai nostri giorni. Accomunano questi territori anche alcune feste popolari e riti calendariali quali le questue per il calendimaggio, il carnevale e i festeggiamenti dei Santi patroni.

martedì 6 marzo 2012

IL GRANDE ANELLO DELLE QUATTRO PROVINCE

1: Salogni-Selvapiana (val Curone)
2: Selvapiana-Cegni (valle Stàffora)
3: Cegni-Pej (valle Stàffora)
     3A: Negruzzo-Ponte Organasco
4: Pej-Belnome (val Boreca)
5: Belnome-Gorreto (valli Boreca e Trebbia)
6: Gorreto-Rondanina (valli Terenzone e Cassingheno)
8: Rondanina-Péntema (valli Brugneto e Pentemina)
9: Péntema-Alpe di Vobbia (val Brevenna)
10: Alpe di Vobbia-Dova Superiore (val Vobbia)
     10A: Costa Salata-Cantalupo Ligure
11: Dova Superiore-Còsola (val Borbera)
12: Còsola-Pallavicino (val Borbera)
13: Pallavicino-Salogni (valli Museglia e Curone)


"In un avvenire che mi auguro prossimo salirò l'Appennino, ove ultimamente vidi estatico una natura vergine rude e forte quale io sognai per tanti anni!"
(Giuseppe Pellizza da Volpedo, 1904)
Il Grande anello delle Quattro Province o Trek delle Quattro Province è un itinerario escursionistico proposto dai redattori del sito "Dove comincia l'Appennino". Diversamente dai percorsi segnalati più noti e frequentati, come la Via del Sale, questo lungo percorso a tappe non segue i crinali, ma si svolge prevalentemente all'interno delle valli, consentendo all'escursionista di entrare in contatto con le realtà antropiche ed etnografiche dei singoli paesi, cercando di privilegiare quelli storicamente e culturalmente importanti. Nel limite del possibile si cerca di utilizzare le vecchie mulattiere di collegamento fra i paesi, riducendo al minimo i tratti di percorrenza su carrozzabile. Non trascurando gli aspetti naturalistici, l'enfasi è però sugli aspetti culturali che determinano l'unità di quest'area, dalle forme di economia contadina alle tradizioni, i riti e la musica che ne rendono omogeneo il sostrato culturale al di là dei confini politico-amministrativi.
Pietranera (val Trebbia) / CG
Il GA4P descrive un ampio giro attorno all'ossatura montuosa delle Quattro Province, che tocca tutti i suoi versanti. Trattandosi di un anello, il giro può essere iniziato o concluso in qualsiasi punto. Il percorso completo richiede una dozzina di giorni, ma si può percorrerne anche singoli tratti, utilizzando i diversi punti di accesso man mano indicati.
Ciascuna tappa è in linea di massima percorribile entro una giornata di cammino, ma il percorso è in fase di progressiva messa a punto: valutate bene fino a dove riuscirete ad arrivare prima che faccia buio... Informazioni aggiuntive e suggerimenti sono benvenuti, scrivendo a <redazione@appennino4p.it>. Gli aggiornamenti compariranno progressivamente in queste pagine.
 

martedì 28 febbraio 2012

VIA DEGLI ABATI

Il percorso della via Francigena che oggi conosciamo è quello descritto nel suo diario di viaggio dall’Arcivescovo Sigerico, nel ritorno da Roma verso Canterbury tra il 990 e il 994. Giunto a Pontremoli e dovendo attraversare l’Appennino, Sigerico scelse la via del passo della Cisa (Monte Bardone), che consentiva di raggiungere, disegnando un ampio arco, le città della pianura (Fidenza, Piacenza, Pavia).
Esisteva tuttavia anche un altro percorso, più antico, che passava attraverso i monti ed era praticato sin dal VII secolo soprattutto da chi viaggiava a piedi, quale tragitto più breve da Pavia a Lucca e verso Roma, transitando per Bobbio, Bardi, Borgovalditaro e infine Pontremoli.
Il percorso, utilizzato già dai sovrani longobardi prima della conquista della Cisa, controllata dai bizantini, toccava anche l’abbazia di Bobbio, nel cuore dell’Appennino, dove i pellegrini diretti a Roma e provenienti dalla Francia e dalle Isole Britanniche passavano a venerare le spoglie di San Colombano (+615), grande abate irlandese e padre, con San Benedetto, del monachesimo europeo. (Per questo tanto a Pavia che a Lucca esisteva già in età longobarda un hospitale di San Colombano). Il tragitto era parimenti seguito dagli abati di Bobbio per andare a Roma presso il pontefice, da cui l’abbazia direttamente dipendeva.
Ancora oggi questo storico percorso, denominato ora “Via degli abati” (o “Francigena di montagna”), che attraversa i valichi e le verdi vallate dell’Appennino toccando i centri medievali di Bobbio, Bardi, Borgovalditaro e Pontremoli, lontano dal traffico stradale e dall’afa della pianura, rappresenta una suggestiva variante per i viandanti della Francigena, specialmente durante la stagione estiva.
La mappa sottostante della Via Francigena (pubblicata nel sito del Comune di Gambassi Terme, Toscana, anno 2003), oltre a tratteggiare il percorso di Sigerico dalle Alpi a Roma, segnala anche la variante montana che passa per Bobbio e che corrisponde alla Via degli Abati.

mercoledì 8 febbraio 2012

LE PIU ANTICHE TESTIMONIANZE ARCHEOLOGICHE IN OLTREPO ALTA VAL TREBBIA-SCRIVIA LIGURE

 Le più antiche testimonianze archeologiche sulla valle Staffora risalgono al periodo del Neolitico (3500 a.C. circa): si tratta di sporadici rinvenimenti avvenuti a Guardamonte, Salice Terme e Castellaro di Varzi. Quest'ultimo, avvenuto nel... 1961, consiste nel ritrovamento di un'ascia litica in serpentino verde con le due facce convesse molto usurate. Il ritrovamento appare interessante per il l...uogo: nell'alta valle Staffora, dove è dunque testimoniata la presenza umana anche in epoche remote.
In epoca più recente, la valle Staffora è stata teatro dell'insediamento dei Liguri. Si tratta di una popolazione su cui le fonti storiche sono molto scarse e stereotipate e ricordano in genere la loro condizione primitiva. I Liguri sono una popolazione diffusa nell'Italia centrosettentrionale, in un'area corrispondente alla Toscana settentrionale, alla Liguria, al Piemonte e Val d'Aosta e alla Lombardia odierne, oltreché a frange montane dell'Emilia e del Trentino.I Liguri abitavano in borghi formati da capanne sparse e, non di rado, nelle caverne naturali, comuni sugli Appennini. Si occupavano di agricoltura di sussistenza, che non alleviava gli stenti e la povertà di cibo, dovuti alla conformazione montuosa del territorio appenninico. Altra fonte di cibo erano la caccia e la pesca, ove possibile. Per queste popolazioni il monte Penice aveva la prerogativa di montagna sacra: qui è stata rinvenuta nel 1924 una statuetta votiva, databile all'inizio dell'Impero, che testimonia la persistenza del monte come luogo di culto fin dai tempi antichi. La figura più venerata delle divinità liguri è Cicno (cigno), mitico re di questo popolo.
Dopo l'arrivo dei Celti nel VI-V secolo a.C., si forma una nuova stirpe, quella Celto-ligure, che si insedia nella valle Staffora mediante piccole tribù, che abbandonano le alte vette per insediarsi a mezza costa, in posizione più favorevole per procacciarsi il cibo. È il periodo della fondazione di villaggi come Varzi e, in seguito, Iria (Voghera). I Celti, al contrario dei Liguri, sono popolazioni linguisticamente appartenenti al ceppo indoeuropeo.La valle Staffora è ancora al centro della storia degli Appennini con la conquista romana del III secolo a.C., ma soprattutto dopo lo scoppio della II guerra punica nel 218 a.C. e l'arrivo del grande condottiero Annibale. Questi, dopo aver sconfitto i Romani nella battaglia del Trebbia (dicembre 218 a.C.), si attesta sui monti della valle Staffora. La sua permanenza ha lasciato numerose tracce: il toponimo Strada di Annibale dato alla mulattiera che da Brallo porta a Cima Colletta e al passo del Giovà; il rinvenimento nella stessa zona di una lancia, un coltello e alcune frecce.
Solo dopo la sconfitta di Annibale a Zama nel 202 a.C. i Romani riprendono la lotta contro i Liguri, sottomettendoli definitivamente nel 197 a.C. Inizia il periodo di dominazione romana, caratterizzata da insediamenti di presidi e colonie militari in pianura e lungo la via Postumia. La via Postumia è una strada consolare fatta costruire dal console romano Aulo Postumio Albino nel 148 a.C.; collegava Genova con Aquileia, passando per Libarna (presso Serravalle Scrivia), Derthona (Tortona), Clastidium (Casteggio), Placentia (Piacenza), Cremona, Verona Vicetia (Vicenza), Opitergium (Oderzo).Si tratta per lo più di una strada "di arroccamento", cioè una direttrice per gli spostamenti veloci delle truppe per la difesa del territorio e il suo controllo.
I Romani iniziano, poi, la penetrazione dell'alta valle Staffora, probabilmente sia a caccia dei disertori dell'esercito, che si erano rifugiati in zone inaccessibili, sia per i cristiani che, perseguitati nelle città, erano fuggiti sui monti. Proprio al periodo romano risale un importante ritrovamento: la fornace di Massinigo. Questa fu rinvenuta nel 1957 in occasione dei lavori di costruzione della scuola elementare. La fornace è una delle strutture di questo tipo meglio conservate in Lombardia e l'unico impianto produttivo del genere in Oltrepò. Il forno ha pianta circolare con fondazione in pietra locale e alzato in laterizi. Dell'impianto rimane un piano di cottura in argilla forato e sostenuto da un corridoio a volte che collegavano i muretti di sostegno della camera di combustione. Il legname combustibile veniva immesso tramite un praefurnium, conservatosi solo in parte. La fornace aveva tiraggio verticale: il calore usciva attraverso i fori del piano di cottura, riscaldava la camera dove si trovavano gli oggetti da cuocere e usciva da un camino. Questo manufatto serviva per la cottura di mattoni e tegole: lo spessore del piano di cottura è, infatti, notevole ed è stata rinvenuta una grande quantità di materiale edilizio all'interno della struttura stessa. Le analisi di tipo archeomagnetico hanno permesso di collocare l'ultimo momento di utilizzo del forno entro la prima metà del I secolo d.C