mercoledì 6 luglio 2016

L'INIZIO DELL'UNITA' D'ITALIA PARTE DALLE 4PROVINCE:LA BATTAGLIA DI MONTEBELLO 1859


La battaglia di Montebello fu il primo evento bellico importante della seconda guerra di indipendenza italiana. Fu uno scontro importante, perché dimostrò l'efficacia bellica delle truppe leggere dell'esercito sardo, le quali, dopo aver avvistato il nemico austriaco e segnalato ai comandanti della divisione francese, non si ritirarono ma riuscirono a respingerlo con numerose cariche. A seguito di questa battaglia, i piemontesi, si distinsero talmente tanto che venne istituito un nuovo reggimento di cavalleria, che ancora oggi è attivo, con il nome Lancieri di Montebello, unico reggimento che ha preso il nome da una battaglia. Nel 1859, dopo dieci anni di pace dalla fine della prima guerra di indipendenza italiana, il Regno di Sardegna, alleato con l'Impero francese di Napoleone III, tornava a sfidare gli austriaci sul campo di battaglia, i quali non volevano lasciare il controllo delle province piemontesi, che erano molto ricche e popolose. La Guerra d'Italia di questo anno], fu molto importante sia per le conseguenze politiche, sia per le innovazioni della scienza che della tecnologia bellica, che influenzò il pensiero e la dottrina militare fino all'inizio della prima guerra mondiale. A seguito di questa guerra infatti la geografia politica di quei tempi cambiò, consegnando l'Impero d'Austria a un lento declino e favorendo la nascita del nuovo regno d'Italia, proclamato il 17 marzo 1861. La battaglia di Montebello, pur non potendo essere paragonata alla successiva battaglia di Solferino e San Martino, per il numero dei combattenti e la distensione dello scontro, fu la prima di una certa importanza per gli eserciti franco- piemontesi e austriaci, per i quali costituì il battesimo del fuoco. Inoltre l'esito di questo primo scontro, impresse un decisivo slancio, grazie anche alla positiva valenza psicologica della vittoria, alle seguenti operazioni militari degli Alleati, che presero l'iniziativa strategica per tutta la campagna. Infatti l'impatto psicologico di questo scontro fu subito avvertito in entrambi gli schieramenti: dalla parte degli Alleati, questa vittoria riportata su truppe notevolmente più numerose, confermò negli alti comandi l'idea dell'inferiorità qualitativa delle truppe austriache e la scarsa qualità dei loro comandanti e instillò nei Piemontesi la consapevolezza che l'armata sarda, piccola ma solida, poteva misurarsi con i maggiori eserciti europei. Mentre dalla parte degli austriaci, questa battaglia provocò un trauma morale e psicologico, vedendosi sconfiggere una robusta armata, protetta per giunta da ottime difese naturali, da un piccolo contingente delle forze nemiche. Infatti nonostante la disciplina delle truppe, la mancanza di slancio e la difficoltà di reagire con rapidità e decisione durante lo scontro, che caratterizzava gli ufficiali dell'armata austriaca, difficilmente avrebbero consentito la vittoria di fronte ad un avversario dinamico, dotato di iniziativa e fortissime motivazioni ideali. Dal punto di vista strettamente militare, questa battaglia è importante per numerose ragioni: si trattò, infatti, del primo scontro tra i più moderni e potenti eserciti dell'epoca, che utilizzarono nuovi tipi di armi (come i fucili e i cannoni rigati) e nuove soluzioni tecniche (il telegrafo per le comunicazioni sul campo di battaglia) e logistiche (l'uso della ferrovia per il trasporto rapido delle truppe). Inoltre ci fu anche un utilizzo moderno della cavalleria: i cavalleggeri piemontesi, infatti, con numerose cariche e azioni di disturbo, agganciarono il nemico e ne ritardarono l'avanzata in attesa dell'arrivo della propria fanteria. Anche l'utilizzo di queste ultime fu più moderno, con tattiche di assalto innovative basate su un breve e intenso fuoco delle artiglierie francesi seguito da una rapida avanzata delle colonne della fanteria di linea.Tuttavia la Guerra d'Italia si caratterizzò per una concezione strategica legata ancora alla tradizione napoleonica, con enormi masse di fanteria che si fronteggiavano in campo aperto e squadroni di cavalleria che si lanciavano in avanti, nonostante l'utilizzo più corposo delle artiglierie rigate e il miglioramento tecnologico dei fucili avessero portato all'affermarsi d'una concezione più moderna della tattica militare. Dopo la sconfitta nella prima Guerra d'Indipendenza, il Piemonte si ritrovò isolato nella scena internazionale, così per riguadagnare il credito perduto e riportare l'attenzione dell'opinione pubblica sulla "questione italiana" dovette rompere questo isolamento e cercare di riguadagnare i favori delle potenze europee, in particolar modo della Francia e della Gran Bretagna. A questo proposito si schierò al loro fianco nella Guerra di Crimea, nella quale l'esercito sardo risollevò il suo prestigio e dette a Vittorio Emanuele II la possibilità di presentarsi presso i governi, ora alleati, per presentare la "questione italiana".

La pace si concluse nel 1855, con il trattato di Parigi. Il primo ministro piemontese, Camillo Benso, conte di Cavour, riuscì a porre la condizione che il Congresso di pace riservasse una seduta ai problemi dell'Italia e, precisamente, sollecitò la rapida soluzione del problema dell'oppressione di governi stranieri nel suolo italiano. Nello stesso momento i rapporti diplomatici tra Vienna e Torino si interruppero formalmente. Lo scenario internazionale, intanto, si fece sempre più favorevole al Piemonte e incominciarono a intensificarsi i rapporti con il Regno di Sardegna e l'Impero francese, cosa necessaria per potersi coprire le spalle in caso di guerra contro l'Austria e per avere il supporto dell'esercito di Napoleone III, considerato, a ragione, il migliore d'Europa.

La guerra, per Cavour, doveva portare al recupero dei territori persi durante il precedente conflitto con l'Austria e l'acquisto della Lombardia e del Veneto, per la creazione di un Regno d'Italia nel nord. Mentre per Napoleone III, la formazione di uno Stato d'Italia settentrionale, alleato con la Francia e in contrapposizione al nemico di sempre austriaco, era solo favorevole per la politica francese. Inoltre, nella società francese l'esercito aveva assunto un'importanza enorme e un'avventura militare era vista molto favorevolmente nelle gerarchie militari. Fu così che, essendo entrambi interessati, si creò un accordo segreto franco- piemontese, secondo il quale il Piemonte, in cambio del supporto militare francese (che sarebbe avvenuto solo in caso di attacco dell'Austria), avrebbe ceduto alla Francia Nizza e la Savoia. Inoltre Parigi non si sarebbe opposta alla creazione del Regno d'Italia del nord, ma avrebbe avuto mano libera nel centro e nel sud della penisola. Una volta preso questo accordo non restava che trovare un pretesto per provocare l'Austria e spingerla a dichiarare guerra al Regno di Sardegna, cosa che maturava rapidamente grazie all'abile politica di Cavour e all'ottusa diplomazia austriaca che metteva in cattiva luce sempre più spesso il governo di Vienna di fronte all'opinione pubblica europea, sempre più favorevole alla causa italiana, in particolare da parte della Francia e dell'Inghilterra.                                                                       Anche Vittorio Emanuele II era favorevole alla guerra e in un discorso tenuto al Parlamento di Torino dichiarò:

« Il nostro Paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei Consigli d'Europa perché grande per le idee che rappresenta, per le simpatie che esso ispira. Questa condizione non è scevra di pericoli, giacché, nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi! »
(Proclama di Moncalieri, 10 gennaio 1859)

Il discorso fu preso immediatamente come un chiaro annuncio di guerra imminente, e subito migliaia di volontari provenienti da la maggior parte delle regioni d'Italia si arruolarono nell'esercito sardo per prepararsi allo scontro per la liberazione dell'Italia. Lo stesso giorno una brigata austriaca arrivò a Milano come segno di resistenza da parte degli austriaci e contemporaneamente l'Austria chiese il congedo dei volontari arruolati. Torino rifiutò e come provocazione incominciò a concentrare le truppe lungo il Ticino, linea di confine dei due stati. Così preoccupata per il riarmo sabaudo, l'Austria nell'Aprile del 1859 trasmise un ultimatum al Piemonte, con il quale si intimava al Regno di Sardegna, in massimo tre giorni, la smobilitazione dell'esercito e il congedo dei volontari, pena la guerra. Però questo ultimatum era partito il giorno stesso in cui Cavour dovette accettare il disarmo, sotto la pressione delle diplomatica inglese, per poter partecipare al Congresso di pace europeo, ma il conte austriaco nonostante fosse stato informato dal capo delle diplomazia francese, non ritirò l'ultimatum. Questo apparve a tutti come un gesto di arroganza e prepotenza di un grande Impero contro un piccolo stato. Non c'era più nulla da fare, la diplomazia aveva fallito e si passava alle armi.


 


Il campo di battaglia

Il teatro dello scontro fu un'ampia fascia di territorio in Oltrepò pavese,delimitata a sud-ovest dagli ultimi speroni appenninici degradanti verso la pianura, su cui sorgevano i centri abitati di Casteggio, Genestrello e Montebello della Battaglia; a ovest scorreva lo Staffora, un corso d'acqua torrentizio che attraversava gli abitati di Voghera e Oriolo; a nord, infine, si distendeva la pianura, con ampi coltivi di riso e frumento, con un reticolo di piccoli corsi d'acqua e canali d'irrigazione che ritardavano le marce di fanteria e cavalleria, e rendevano difficoltoso il passaggio delle artiglierie e delle salmerie. Il territorio era inoltre attraversato dalla rotabile che collegava Pavia e Voghera e, un poco più a nord, dalla nuova linea ferroviaria la seguiva quasi parallela. Un territorio per la maggior parte pianeggiante, dunque, dominato dai centri abitati collinari, come Casteggio e Montebello della Battaglia, che assunsero nel corso della battaglia un importante ruolo strategico.

L'arrivo degli austriaci

La battaglia fu preannunciata già nei giorni precedenti, quando numerose pattuglie di ussari del Reggimento Haller si erano spinte verso Montebello della Battaglia in avanscoperta per guardare il terreno dell'imminente battaglia. Questi finirono invece contro gli avamposti piemontesi e furono respinti verso Casteggio, da dove dovettero ritirarsi a causa della sollevazione della popolazione, aiutata da uno squadrone dei Novara, che uccise alcuni dei loro, tra cui un ufficiale.

L'inizio della battaglia venne fissato per il 20 maggio, giorno in cui l'armata austriaca avrebbe mosso in avanti, suddiviso nelle tre colonne di marcia, in direzione sud-ovest. Le tre colonne austriache erano divise in questo modo:

  • La colonna centrale era formata da due brigate della prima divisione del V corpo austriaco, la brigata Gaal e la brigata Bils. La prima si sarebbe mossa in direzione di Casteggio lungo una strada alberata, la seconda avrebbe seguito un'altra strada parallela un poco più a est.
  • La colonna di sinistra era composta dalle brigate Schaffgotsche e Braum della seconda divisione del V corpo austriaco. Le due brigate dovevano muoversi percorrendo la Via Postumia (la via Emilia collegava Rimini con Piacenza e a Piacenza si fermava, intersecandosi con la via Postumia che collegava Genova ad Aquileia). Perciò la colonna Austriaca poteva percorrere solo la via Postumia per arrivare sul campo di battaglia.
  • La colonna di destra era formata dalle brigate Prinz von Hessen e Bils, unita a tre squadroni di ulani del reggimento Re delle Due Sicilie, che si doveva muovere più a nord parallelamente alla colonna di sinistra, per prevenire eventuali contrasti dei francesi, che si pensavano in posizione più arretrata vicino Alessandria.

Nella prime ore della data stabilita, le unità austriache erano pronte a muovere, e si diressero prima nell'abitato di Santa Giuletta, quindi mossero ancora in avanti verso Casteggio, secondo i piani stipulati.

L'inizio della battaglia

Quando le vedette piemontesi, dalle alture di Casteggio, iniziarono a vedere le colonne austriache erano circa le 11:30 del mattino. Fu dato così l'allarme nel momento in cui gli ussari finivano contro gli avamposti dei cavalleggeri piemontesi del primo squadrone di Novara. Questi si ritirarono nel paese e, aiutati dai volontari armati, organizzarono la difesa del paese proteggendosi con le case e dietro alcune barriere poste ad ostruire la strada principale. Inizialmente la difesa ebbe successo, anche perché gli austriaci non si aspettavano una reazione così decisa. La pressione nemica era molto grande ed ogni momento aumentava per l'arrivo continuo dei nuovi reparti; a seguito della distruzione delle barricate a causa dei colpi di cannone, lo squadrone dovette battere in ritirata contrastando il nemico a colpi di carabina. Nel frattempo era giunto anche il terzo squadrone di Novara. I due squadroni decisero di alzare una nuova linea difensiva lungo il torrente Coppa, ma essendosi avvicinati troppo i cannoni nemici, anche questa linea fu presto abbandonata. Gli austriaci, vedendo questa seconda ritirata, iniziarono a prendere coraggio e cercarono di caricare i cavalleggeri, che tuttavia reagirono con i loro moschettoni. Seguì un furioso combattimento in cui gli squadroni di Novara effettuavano cariche di contenimento solo per ritardare l'avanzata nemica. All'una, circa due ore dopo l'inizio della battaglia, i piemontesi si ritirarono.

L'occupazione di Montebello

A seguito la brigata Schaffgotsche, superò Casteggio e proseguì lungo la strada principale, anche se sempre disturbati dai cavalleggeri sardi, fino ad arrivare a Montebello della Battaglia e occuparla; la brigata si posiziono in posizione di ventaglio tra il paese e Genestrello. Dietro, la brigata Braum rimase in posizione arretrata a Casteggio. L'avanzata degli austriaci però si era fatta progressivamente più difficile e lenta, sotto gli attacchi degli squadroni piemontesi, infatti tra le colonne incominciò a mancare sempre più coesione e si sgranavano lungo la strada, lasciando grossi varchi tra un'unità e l'altra, da cui attaccavano i cavalleggeri sardi. Già in questa fase della battaglia le due brigate apparivano disperse lungo un fronte troppo ampio da essere difeso.

La colonna centrale intanto che all'inizio dell'operazione era discesa su Casteggio con la brigata Gaal e la brigata Bils si muoveva in maniera molto lenta. La seconda delle due brigate, in particolar modo, era rimasta notevolmente indietro. All'inizio del pomeriggio la brigata Gaal era sparsa poco a nord di Casteggio, mentre la brigata Bils era ancora più arretrata a Robecco. Nel frattempo la brigata Boer era rimasta in copertura per proteggere una possibile ritirata.

Anche a nord i cavalleggeri sabaudi avevano impegnato notevolmente la colonna di destra, che procedeva in maniera molto lenta in direzione di Voghera senza mai raggiungerla, e si fermarono invece lungo un piccolo corso d'acqua poco distante dal paese. La manovra di queste brigate era sempre disturbata dai cavalleggeri piemontesi che li costrinsero a disporsi in maniera sparsa lungo la direttrice di marcia. Lo scontro durante la mattinata anche a nord era di tipo disorganico, con gli austriaci che procedevano lentamente cercando di ricompattarsi ad ogni attacco della cavalleria sabauda, che cercava di sfruttare ogni varco formatosi nella marcia per caricare le linee nemiche.

L'obbiettivo dei cavalleggeri infine su tutto il fronte fu raggiunto con numerose perdite: rallentarono molto l'avanzata austriaca, guadagnando tempo prezioso per permettere alle truppe francesi di organizzarsi e intervenire nella battaglia con la divisione appostata a Voghera. Inoltre al momento culminante della battaglia, la colonna di destra posta a nord, era ormai fuori dalla zona principale dello scontro, che si sarebbe sviluppata tra Genestrello e Montebello della Battaglia.

L'avanzata francese

A Voghera, dunque, risiedeva la divisione comandata dal generale Élie Frédéric Forey, parte del primo Corpo d'armata francese. Egli, già avvisato verso mezzogiorno dell'avvistamento delle truppe austriache, intuì che se le avanguardie austriache erano così vicine a Voghera, esse facevano parte della punta avanzata di una forza nemica molto consistente. Anche se non conosceva la situazione e quanti nemici avrebbe incontrato, il generale ordinò immediatamente alla sua divisione di muoversi in assetto di battaglia con i cannoni, in direzione di Montebello della Battaglia, contando sul fatto che le truppe imperiali fossero stanche per la giornata di marcia e gli attacchi continui dei cavalleggeri piemontesi. Si diresse, alla testa di un distaccamento, verso gli avamposti al corso d'acqua di Fossagazzo, riunendo il maggior numero di truppe che trovava per la strada.

Il comandante della cavalleria piemontese, saputo che i francesi si stavano muovendo, raggruppò nel frattempo gli squadroni del reggimento di Novara a nord di Genestrello per guadagnare altro tempo. Così appena la colonna austriaca, preceduta dagli ussari Haller, sbucarono dal colle di Montebello della Battaglia proseguendo nell'avanzata lungo la Via Postumia, fu ordinata la carica sul nemico che offriva il fianco scoperto. Questa respinse gli ussari dell'avanguardia, ma i fanti che li seguirono ebbero il tempo di organizzarsi e resistettero alla furia dei cavalleggeri, i quali, passato l'impeto iniziale, furono costretti a ritirarsi per riordinarsi. Le colonne austriache così si rimisero in marcia e ancora una volta due mezzi squadroni di Monferrato arginarono l'avanzata attaccando da est. Dopo questi attacchi, i cavalleggeri, provati dalla difficile lotta, si ritirarono dietro il Fossagazzo, aiutati da un'ultima carica di una trentina di cavalieri. Proprio in quel momento il primo battaglione francese si poteva vedere sulla Via Postumia e questo fu attaccato da due battaglioni austriaci. Nonostante l'inferiorità numerica, quel battaglione sostenne l'attacco imperiale grazie al valore del suo comandante e al soccorso che gli fu portato dai cavalleggeri piemontesi. Infatti questi ultimi caricarono uno squadrone di ussari e dopo averli messi in funga attraversarono il Fossagazzo per caricare la fanteria nemica sull'altra sponda. Conclusa quest'azione i fanti francesi attraversarono il canale e insieme ai due mezzi squadroni di Monferrato crearono una linea difensiva.

Nel frattempo il comandante imperiale aveva dato l'ordine di fermare l'avanzata, rinunciando a raggiungere Voghera, essendo necessaria una sosta per riordinare le unità. Egli pensava che le truppe francesi erano ancora lontane e non si curò della dispersione delle sue forze. Al contrario le truppe alleate, benché inferiori di numero, si stavano raccogliendo rapidamente sulla via Postumia ai piedi della collina di Genestrello, acquisendo una superiorità numerica locale, che il generale Forey sfruttò attaccando immediatamente il paese. Così poco dopo le 14:00, senza attendere il grosso della sua divisione, iniziò l'attacco: i battaglioni francesi si disposero in dense colonne di attacco e iniziarono a risalire il colle. Ma le cose non andarono come sperato, infatti in supporto dei difensori era giunto un altro battaglione che si era accorto dell'attacco francese e che li attaccò sul fianco costringendoli alla ritirata. In quel momento la posizione dei francesi era molto difficile, la loro artiglieria era posizionata più in basso di quella austriaca e non poteva essere usata, inoltre erano racchiusi sulla Via Postumia in mezzo alle truppe imperiali schierate sulla ferrovia e quelle che si trovavano sul colle di Genestrello. Gli austriaci avrebbero avuto l'occasione di contrattaccare i francesi, facendoli ritirare facilmente a Voghera. Ma essendo così estesi nel fronte e la grossa confusione che c'era tra le colonne impedirono di ricevere i rinforzi e così l'occasione sfumò e tornò a favore degli alleati. In oltre in favore di questi ultimi c'era anche l'opportunità di far giungere nuove truppe velocemente con l'utilizzo della ferrovia. Così in breve tempo il generale francese si ritrovò con quattordici battaglioni riposati pronti alla conquista del paese.

Forey predispose questa volta l'attacco con maggiore preparazione: furono trasportati a mano i cannoni sopra una collina dal quale incominciarono a colpire con molta precisione - grazie alla tecnologia dei nuovi cannoni rigati - le posizioni nemiche. Il generale si pose alla testa della brigata e ordinò di avanzare su Genestrello. Questa volta gli austriaci non riuscirono ad arrestare i francesi e, dopo una piccola resistenza, cedettero ritirandosi su Montebello. Inoltre un battaglione di granatieri imperiali, inviato in ritardo in supporto, fu caricato dai cavalleggeri di Novara e arrivò troppo tardi al paese. Genestrello fu conquistata, e il generale pensò di non dare tregua alle armate imperiali continuando immediatamente l'avanzata.

L'attacco decisivo a Montebello

A questo punto il numero superiore degli austriaci fu un vantaggio annullato per la maggiore coesione e mobilità delle truppe francesi. Sul lato destro le truppe imperiali erano avanzate leggermente ma furono costrette a fermarsi dalla reazione delle forze alleate della brigata Blanchard e dei cavalleggeri piemontesi. Le colonne austriache a nord continuavano a essere attaccate dalle incursioni dei cavalleggeri sardi ed erano tanto disperse da non poter dare appoggio alla colonna di sinistra, unica che era riuscita ad arrivare agli obbiettivi prestabiliti ma che ora si trovava sotto assedio dei francesi a Montebello della Battaglia. A fronteggiare l'avanzata francese erano rimasti i reparti già provati dalla precedente battaglia della brigata Schaffgotsche e le unità delle brigate Graal. Essi si erano disposti su linee difensive in sequenza, mentre la riserva era posta più a est del paese. Inoltre tra le colline di Montebello della Battaglia e di Casteggio si trovava la riserva imperiale, mentre il grosso della brigata Braum si trovava ancora a Casteggio e non fu impiegata nella battaglia. Tutte le altre unità erano troppo distanti dal luogo del conflitto.

Forey si trovava in un'ottima posizione e così incaricò dell'attacco al generale Beuret, il quale ordinò i suoi uomini su tre colonne d'attacco:

  • La colonna di destra era composta dal 17º reggimento Chasseurs e da due battaglioni del 74° de ligne e avrebbe attaccato da sud- ovest.
  • La colonna centrale era costituita da un battaglione dell'84º reggimento e dal terzo battaglione del 74° di linea e avrebbe marciato al margine occidentale di Montebello della Battaglia
  • La colonna di sinistra era formata dai due rimanenti battaglioni dell'84º reggimento de ligne e avrebbe attaccato dalla Via Postumia per cercare di entrare dal lato nord della cittadina.

Alle 16.30 circa Forey ordinò l'attacco, ma, tuttavia, non ebbe il successo sperato poiché l'artiglieria rigata fu mossa in ritardo in posizione a causa delle cattive condizioni del terreno e non era riuscita a dare un adeguato appoggio alle truppe. Così i francesi si ritirarono per riorganizzarsi, mentre l'esercito austriaco ne approfittò per barricarsi nelle case del paese, nella chiesa e nel cimitero. Circa mezz'ora dopo l'artiglieria rigata era in posizione e tutto era pronto per un nuovo assalto. I francesi incominciarono a risalire la collina respingendo le truppe imperiali all'interno del paese. La resistenza era forte e concentrata, specialmente nel lato sud- occidentale del paese, ma dopo un lotta molto accanita, gli austriaci furono costretti a iniziare a ritirarsi a nord di Montebello della Battaglia. Ma anche da quel lato la colonna di sinistra alleata incominciò ad avere la meglio sulle truppe nemiche fino a restringere la resistenza solo al perimetro del cimitero, che dopo un combattimento corpo a corpo, fu conquistato catturando centinaia di prigionieri tra cui molti ufficiali. Nella battaglia perse la vita il generale Beuret, molto amato dai suoi soldati. Questo fece diventare la battaglia molto più feroce e si incominciò a non fare più prigionieri. Le truppe austriache incominciarono a scappare, sotto i colpi delle artiglierie francesi. La battaglia si stava volgendo al termine.

Essendo le altre colonne austriache troppo lontane dal campo di battaglia, fu dato l'ordine di ritirarsi, con la convinzione di essere attaccati da forze nettamente superiori alle loro e ritenendosi soddisfatti di aver resistito per tutta la giornata alle offensive dei franco- piemontesi. Montebello della Battaglia era conquistata, e le forze alleate si resero conto solo a posteriori di aver combattuto in gravi condizioni di inferiorità numerica, e questo portò un grande orgoglio nel aver battuto un nemico molto superiore di numero, così Forey consigliò di non inseguire le truppe in ritirata e di non avanzare oltre il paese appena conquistato.

La fine dello scontro

La battaglia durò nove ore e gli austriaci, protetti dalle unità della colonna a nord e della brigata Braum ferma a Casteggio, si ritirarono in ordine, senza essere disturbati dagli alleati vittoriosi. Infatti la cavalleria piemontese era troppo provata per le continue cariche mattutine e per le numerose perdite ed era inutilizzabile. Mentre i fanti francesi, che avevano sopportato il maggior carico della battaglia, affrontando il grosso delle formazioni nemiche, avevano sofferto molte perdite, comprese tra gli ufficiali. Quindi essendo stanche le truppe, la nuova coscienza dell'inferiorità numerica e la mancanza di una cavalleria fresca da lanciare all'inseguiento del nemico furono i motivi principali che convinsero le truppe franco- piemontesi a fermare l'avanzata. Così gli austriaci superato Casteggio si diressero oltre il Po verso Pavia, nelle basi da dove erano partiti. Allo stesso modo i francesi si ritirarono verso Voghera, dopo aver lasciato acceso a Montebello della Battaglia i fuochi dell'accampamento per ingannare i nemici.

Paradossalmente nessuna delle due fazioni aveva compreso la reale consistenza numerica dell'avversario: i franco- piemontesi sapevano di essere in inferiorità numerica ma non pensavano che erano quasi un terzo del nemico. Allo stesso modo gli austriaci credevano di aver combattuto contro l'intero corpo d'armata di Baraguay d'Hilliers e non solo di una delle sue divisioni. In ogni caso la battaglia era costata molto ad entrambe le parti

Ordini di battaglia

Alleati Franco-Piemontesi

Armée d'Italie

I Corpo d'Armata francese - Prima Divisione

Comandante in capo: gen. di divisione Elie Frédéric Forey

Brigata Beuret

  • 17° Chasseurs (1 battaglione)
  • 74° de linge (3 battaglioni)
  • 84° de linge (3 battaglioni)

(totale: 3.417 fanti)

Brigata Blanchard

  • 91° de linge (3 battaglioni)
  • 93° de linge (1 battaglioni)
  • 98° de linge (3 battaglioni)

(totale: 3.516 fanti)

Brigata di Cavalleria piemontese

  • Cavalleggeri di Novara (3 squadroni) 300
  • Cavalleggeri di Aosta (4 squadroni) 350
  • Cavalleggeri di Monferrato (2 mezzi squadroni) 100

(totale: 750 cavalieri)

Artiglieria da campo della riserva di divisione (due batterie)

  • 1 batteria dell'8º reggimento di artiglieria
  • 1 batteria del 10º reggimento di artiglieria

(totale: 12 pezzi da 4 lb mod. "La Hitte")

  • 1 squadrone e mezzo del 1º reggimento Chasseurs d'Afrique 150 cavalieri

Imperiale e Regio Esercito

V Corpo d'Armata

Comandante: FML conte Franz Stadion

Capo di Stato Maggiore: col. Ringelsheim

Colonna di sinistra

Brigata Schaffgotsche (generale maggiore: conte Schaffgotsche)

(5 battaglioni, 2 squadroni, 8 pezzi di artiglieria)

  • 3° battaglioni Jager (841)
  • 2 compagnie del 1º battaglione, 4° Szluiner Grenz Regiment (404)
  • battaglione granatieri del 49° IR Hess (844)
  • 3º battaglione 39° IR Don Miguel (1.200)
  • 3º battaglione del 59° IR E.H. Rainer (866)
  • 2 squadroni del 12º reggimento Ussari Haller (225)
  • mezza batteria a piedi da campagna da 12 lb della riserva divisionale (3 cannoni e 1 obice)
  • mezza batteria di "racchette" (4 lanciatori)

(totale: 4.155 fanti e 225 cavalieri)

Brigata Braum (generale maggiore: Braum)

(3 battaglioni, 8 pezzi di artiglieria)

  • battaglione granatieri del 40° IR Rossbach (786)
  • 2º battaglione del 40° IR Rossbach (1.088)
  • 3º battaglione del 40° IR Rossbach (740)
  • 1 batteria di artiglieria da 6 lb (6 cannoni, 2 obici)

(totale: 2.614 fanti)

Colonna di centro

I Divisione (FML Barone Paumgartten)

(9.769 fanti, 227 cavalieri, 20 pezzi di artiglieria)

Brigata Gaal (generale maggiore Gaal)

(6 battaglioni, 2 squadroni, 12 pezzi di artiglieria)

  • 1º battaglione del 1° Liccaner Grenz Regiment (1.250)
  • battaglione granatieri del 3° IR E.H. Karl- Ludwig (770)
  • 2º battaglione del 49° IR Hess (840)
  • 1º battaglione del 3° IR E.H. Karl- Ludwig  (780)
  • 2º battaglione del 3° IR E.H. Karl- Ludwig (1.160)
  • 3º battaglione del 3° IR E.H. Karl- Ludwig (1.094)
  • 2 squadroni del 12º reggimento Ussari Haller (227)
  • mezza batteria a piedi da campagna da 12 lb della riserva divisionale (3 cannoni, 1 obice)
  • 1 batteria di artiglieria a piedi da 6 lb (6 cannoni, 2 obici)

(totale: 5.894 fanti, 227 cavalieri)

Brigata Bils (generale maggiore Bils)

(4 battaglioni, 8 pezzi di artiglieria)

  • 2º battaglione del 3° Oguliner Grenz Regiment (1.250)
  • 1º battaglione del 47° IR Kinsky (950)
  • 2º battaglione del 47° IR Kinsky (1.032)
  • 3º battaglione del 47° IR Kinsky (688)
  • 1 batteria di artiglieria a piedi da 6 lb (6 cannoni, 2 obici)

(totale: 3.875 fanti)

Colonna di destra

I Divisione (FML Barone Paumgartten)

(5.184 fanti, 487 cavalieri, 12 pezzi di artiglieria)

Brigata Prinz von Hessen (generale maggiore: Prinz von Hessen)

(6 battaglioni, 3 squadroni, 12 pezzi di artiglieria)

  • 4º battaglione del reggimento Kaiser Jager (711)
  • battaglione granatieri del 31° IR Ungherese Culoz (776)
  • 1º battaglione del 31° IR Ungherese Culoz (1.004)
  • 2º battaglione del 31° IR Ungherese Culoz (1.003)
  • 3º battaglione del 31° IR Ungherese Culoz (984)
  • 1º battaglione del 61° IR Ungherese Zobel (670)
  • 3 squadroni del 12º reggimento Ulani Koenig beider Sicilien[6] (487)
  • mezza batteria a piedi da campagna da 12 lb della riserva di divisione (3 cannoni, 1 obice)
  • 1 batteria di artiglieria da 6 lb (6 cannoni, 2 obici))

(totale: 5.148 fanti, 487 cavalieri)

Riserve

(2 battaglioni, 2 squadroni, 20 pezzi di artiglieria)

  • battaglione granatieri del 47° IR Kinsky (847)
  • battaglione granatieri del 39° IR Don Miguel (950)
  • 2 squadroni del 12º reggimento Ussari Haller (225)
  • mezza batteria a piedi da campagna da 12 lb (3 cannoni, 1 obice)
  • 1 batteria di artiglieria a piedi da 6 lb (6 cannoni, 2 obici)
  • 1 batteria di racchette (8 lanciatori)
  • 2 equipaggi da ponte
  • 1 compagnia di sanità

(totale: 1.797 fanti, 225 cavalieri)

Commemorazioni

Ogni anno a Montebello il 20 maggio la battaglia viene ricordata tramite una processione per le vie del paese che termina all'ossario della "Bell'Italia". A questa partecipano anche i Lancieri di Montebello con una rappresentanza.

Il 3 giugno 1859 Giosuè Carducci dedicò alla vittoria una poesia intitolata Montebello.

 

 

 

 

giovedì 25 febbraio 2016

LE QUATTRO PROVINCE NEL XIII° SECOLO ,EPOCA DELLA CATTIVITA' AVIGNONESE

LE QUATTRO PROVINCE NEL XIII° SECOLO ,EPOCA DELLA CATTIVITA' AVIGNONESE
(periodo della storia della Chiesa cattolica che indica il trasferimento del papato da Roma ad Avignone dal 1309 al 1377.).......LA VIA DEGLI ABATI(un cammino che metteva in comunicazione la città di Bobbio e Roma. Veniva percorsa dagli Abati e monaci dell'abbazia di San Colombano di Bobbio per recarsi in visita ad limina Apost...olorum al Papa, e per il controllo e gli scambi con i possedimenti del monastero che si estendevano dall'Oltrepò fino in Toscana. Percorsa inoltre da numerosi pellegrini, che lasciavano testimonianza di passaggio al monastero bobbiese ed alla rete di altri monasteri ed ospizi che li ospitavano).
Nel tratto di Via Francigena che portava dalla Pianura padana alla Toscana, si registravano diverse varianti di percorso che sfruttavano i vari valichi risalendo la val TREBBIA e passando per BOBBIO (via degli ABATI). La VIA DEL MARE (VM) è un sentiero che collega la Pianura Padana al Mar Ligure, da Tortona a Portofino attraversando l'Appennino ligure e perpendicolare al tracciato dell'Alta via dei Monti Liguri.Il percorso corrisponde all'antica via del sale detta "VIA DEI MALASPINA" un antico percorso per il commercio del sale che correva in gran parte nei feudi controllati dalla famiglia Malaspina, da Varzi, verso Genova o verso Sori, Recco o Portofino.Il sentiero è interessato da un progetto promosso a partire dal 2009 dalle province di Pavia e di Genova, il Parco naturale lombardo della Valle del Ticino, il Parco naturale regionale dell'Antola e il Parco naturale regionale di Portofino per la creazione di un percorso escursionistico tra Milano e Portofino con un asse centrale di 170 km di lunghezza (Milano, Pavia, Voghera, Varzi, monte Chiappo, Capanne di Cosola, Capanne di Carrega, monte Antola, Torriglia, monte Lavagnola, Uscio, Ruta, Pietre Strette e Portofino). Su questo asse centrale si innestano diversi raccordi e la "rete di percorsi verdi" si estende su un territorio di 11.000 km quadrati e interessa le province di Pavia, Milano, Piacenza, Alessandria e Genova. I territori interessati si estendono dalla pianura di Milano, Pavia, Piacenza e Alessandria fino alla Riviera ligure di Levante, passando per i colli dell’Oltrepò Pavese, del piacentino e dell’alessandrino e i monti e i crinali delle valli Staffora, Versa, Tidone, Curone, Borbera, Trebbia, Scrivia e Fontanabuona. La Via dei Malaspina è un percorso alternativo della Via Francigena che parte da Pavia e raggiunge Bobbio, passando per Voghera, Varzi e il Passo della Scaparia. Attraversa così l'intera Valle Staffora, in Oltrepo Pavese.

lunedì 16 novembre 2015

LONGOBARDI E LE QUATTRO PROVINCE

Citazioni dell'OLTREPO ALTA VAL TREBBIA-SCRIVIA LIGURE LONGOBARDA....nell'alto medioevo, epoca dei secoli bui,risalgono al monaco Giona di Bobbio: egli narra che il monaco bobbiese Meroveo, mandato dall'abate di Bobbio Sant'Attala a Tortona, scoprì un tempio ancora officiato da pagani in fitte boscaglie presso Vicus Iriae. Questa forma del VII secolo rappresenta l'anello di congiunzione tra Iria ...e Viqueria, la forma medievale usata successivamente. Iria era decaduta in quel periodo a vicus, villaggio, in conseguenza delle invasioni barbariche: si ricorda in particolare Gundobado, re dei Burgundi, che al tempo della guerra tra Odoacre e Teodorico (490) aveva orrendamente saccheggiato la regione attorno a Pavia, deportandone schiavi gli abitanti. In questa occasione forse anche Iria fu devastata, benché la storia non la nomini distintamente.Fin dall'epoca longobarda(i Malaspina sono una delle famiglie discese dal ceppo degli Obertenghi, il cui capostipite fu Oberto I (Otbert o Odebertus), che fu attorno alla metà del X secolo conte palatino (conte del Sacro Palazzo di Pavia e massima autorità giudiziaria nel Regno), e dal 951 Marchese di Milano e Conte di Luni e della marca da lui detta Obertenga, nella Liguria Orientale, comprendente i comitati di Milano, Genova, Tortona, Bobbio, Luni e zone limitrofe [in pratica più o meno l'attuale Lombardia più il Novarese, la Svizzera Italiana e l'Emilia con Ferrara; il Genovesato fino alla Lunigiana e alla Garfagnana e parte del Piemonte, cioè Tortona, Novi Ligure e l'Oltregiogo).
vi operano quindi i monaci colombaniani della potente Abbazia di San Colombano e del grande Feudo monastico di Bobbio, che vi fondano il Monastero di San Colombano nella frazione di Torremenapace evangelizzando il territorio. Essi favorirono espansione dei commerci dell'agricoltura e della cultura, introducendo importanti innovazioni ed aprendo vie commerciali.All'epoca di Liutprando venne fondato il Monastero del Senatore di Pavia (714), tra i cui beni fin dall'inizio ci fu la chiesa di Sancti Petri de Stafula, cioè la chiesa che diede nome alla Porta San Pietro (attuale piazza San Bovo) e al borgo sulla strada che adduceva al ponte sulla Staffora. Questo monastero era tra i massimi possidenti in Voghera: oltre alla chiesa di San Pietro possedeva quella di Sant'Ilario, ancor oggi esistente (Chiesa Rossa e sacrario della Cavalleria), tutte le terre oltre il torrente e quelle tra lo stesso e il centro abitato. Altri enti religiosi ebbero vasti possedimenti a Voghera: i monasteri di San Salvatore, di San Felice e di San Pietro in Ciel d'Oro, sempre di Pavia, e quello di San Marziano di Tortona. Voghera apparteneva già allora alla diocesi di Tortona, di cui costituiva una della pievi più importanti, dedicata a San Lorenzo.Il re Berengario I assegnò la giurisdizione su Voghera al vescovo di Tortona, staccandola da quella di Bobbio, anche se entrambe facevano parte dell'arcidiocesi di Genova e della marca Obertenga (liguria orientale); confermata poi da Ottone I, che assegnò al presule tortonese i diritti comitali sul territorio circostante per un raggio di un miglio. I diritti del vescovo erano però limitati da quelli dei grandi monasteri possidenti, specie quello del Senatore, che oltre a godere di ampia immunità sulle sue terre, si ingeriva costantemente nelle questioni della comunità vogherese. Da qui lunghissime liti.I possedimenti dei monasteri pavesi evidenziano la progressiva preponderanza che la città di Pavia stava assumendo nel territorio oggi detto Oltrepò Pavese; in una lite tra Voghera e Bagnolo (oggi solo cascina ma un tempo luogo importante presso Casei Gerola) i due centri furono spalleggiati rispettivamente da Pavia e Tortona, che già dimostravano la loro inimicizia poi tanto funesta. Nel 1164 Voghera fu definitivamente assoggettata, per diploma di Federico I, alla giurisdizione del comune di Pavia.Nel medesimo periodo, a cura del monastero del Senatore, fu edificato fuori porta San Pietro un grande ponte sulla Staffora, a sei arcate a pieno sesto, abbattuto nel XIX secolo dopo la costruzione del nuovo ponte in occasione del riattamento della strada per Piacenza. Questo ponte (sito in fondo a via Ponte Vecchio: oggi ne rimane qualche avanzo) fu ritenuto romano, ma in realtà fu compiuto solo verso il 1180: si potrebbe definire piuttosto romanico. La costruzione del ponte fu resa necessaria dal grande afflusso di pellegrini diretti a Roma, dal che l'antica strada tra Tortona e Piacenza prese il nome di Romera che ancora conserva popolarmente. In quel periodo stava infatti diventando la via preferita dai pellegrini al posto della via Francigena. Per i pellegrini a Voghera sorsero anche due ospizi, entrambi detti di San Giovanni, uno gestito dagli Ospitalieri e l'altro dai Templari. Tra i molti che passarono da Voghera, alcuni vi si spensero, e in particolare San Bovo e San Rocco, cui furono pure dedicati ospizi siti rispettivamente a est e a ovest della città. Questi santi resero celebre Voghera nel mondo cristiano (il corpo di San Rocco fu trafugato dai Veneziani nel 1485).

martedì 10 novembre 2015

OLTREPO ALTA VAL TREBBIA-SCRIVIA LIGURE NELL'ERA NAPOLEONICA

Dipartimento di Genova
Il Dipartimento di Genova fu uno dei dipartimenti dell'Impero Francese di Napoleone Bonaparte. Fu costituito il 13 giugno 1805 con parte della ex Repubblica Ligure, annessa all'Impero, e parte del dipartimento di Marengo, già appartenente alla Francia (costituito nel 1801) e in quell'occasione ridefinito nei suoi confini. Dalla Repubblica Ligure provenivano le città di Genov...a e Novi, dal dipartimento di Marengo invece le città di Bobbio, Tortona e Voghera con i rispettivi territori.Questo dipartimento, come i suoi analoghi, era diviso in Circondari (arrondissement) e in Cantoni. La suddivisione era la seguente:Circondario di Genova, cantoni di Genova, Voltri, Sestri, Rivarolo, San Quirico, Staglieno, Nervi, Recco, Torriglia;
Circondario di Novi, cantoni di Novi, Serravalle, Gavi, Ovada, Ronco, Savignone, Rocchetta;
Circondario di Bobbio, cantoni di Bobbio, Ottone, Varzi, Zavattarello;
Circondario di Tortona, cantoni di Tortona, Castelnuovo Scrivia, Villalvernia, Volpedo, San Sebastiano;
Circondario di Voghera, cantoni di Voghera, Sale, Silvano, Codevilla, Casteggio, Argine, Broni, Stradella, Soriasco. Il dipartimento di Genova fu soppresso a seguito della caduta di Napoleone, con il ripristino dei precedenti regimi (aprile 1814) ed in seguito al Congresso di Vienna del 1815 il suo territorio entrò a far parte del Regno di Sardegna.Attualmente il suo territorio è diviso tre le regioni Liguria, Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna e le province di Genova, Alessandria, Pavia e Piacenza

giovedì 16 luglio 2015

I LIGURI NELLA TERRA DELLE 4PROVINCE,OLTREPO ALTA VAL TREBBIA-SCRIVIA LIGURE

Liguri (in greco Λιγυες, ovvero Ligues e in latino Ligures) erano un'antica popolazione che ha dato il suo nome all'odierna regione della Liguria, attestata intorno al 2000 a.C. nel nord dell'Italia e nella Francia meridionale (i due estremi tradizionali della cultura ligure vengono solitamente posti alle foci del Rodano e alle foci dell'Arno). Liguri abitavano nell'attuale Liguria, nella Toscana settentrionale, nel Piemonte, in parte della Lombardia (occidentale e meridionale) in parte dell'Emilia-Romagna (province di Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena), ed in parti del sud-est della Francia . Va citata anche la popolazione forse di ceppo ligure dei Corsi che popolava la Corsica e il nord-est Sardegna nel II e I millennio a.C. L'avanzare dei Celti nel Nord Italia durante il VI-V secolo a.C. e le conquiste dei Romani nel III-II secolo a.C. spinsero i Liguri ad arroccarsi in zone montane dell'Appennino e lungo le coste del Mar Ligure.Fondendosi progressivamente con elementi Indoeuropei divennero essi stessi Proto-Indoeuropei, parlanti un miscuglio delle due lingue, durante il Neolitico; Indoeuropei, parlanti un lingua ancora non specializzatasi nei vari dialetti, tra il 3000 ed il 2000 a.C.; Proto-celti, parlanti una forma arcaica di celta con influssi antico-liguri, tra il 2000 ed il 1000 a.C. ed, infine, Celti o celtizzati, con la fusione e scomparsa delle reminiscenze linguistiche liguri, dal 1000 a.C. in poi.I Romani chiamavano ‘Liguri dai capelli lunghi’ (Ligures comati) quei popoli Liguri stanziati nelle zone più montuose della Liguria e dell’Appennino tosco-emiliano. Nelle Alpi occidentali Marittime molte tribù che si manterranno a lungo ostili ai Romani continuano ancora a chiamarsi a questo mondo (Ligures capillati) al tempo di Augusto.
Conosciamo i nomi di alcune delle tribù (o pagu) in cui i Liguri si raggruppavano:Gli Ambroni, che sono nominati come una delle tribù primigenie nella battaglia di Aquae Sextiae (102 a.C.) e citati nella Vita di Mario.
Gli Apuani, che si stabilirono nelle montagne della Lunigiana (attuali province di Massa Carrara e La Spezia), della Garfagnana e della Versilia (provincia di Lucca).
I Tigulli, insediati nella Riviera di levante fino a Framura.
I Friniati, insediati all'interno, nell'Appennino, tra le attuali province di Parma (valli del Parma e dell'Enza), Reggio Emilia, Modena (una vasta zona dell'Appennino modenese è denominata "Frignano" pare proprio dal nome della tribù Ligure dei Friniati) e Pistoia.
I Veleiati, anche detti Eleati o Celeiati, insediati all'interno, sul territorio che attualmente comprende le provincie di Piacenza e Parma (centro principale in età romana: il Municipio di Velleia).
I Genuati, insediati nella zona di Genova
Gli Ilvati, abitanti originariamente nell'isola d'Elba ma poi ritiratisi nell'Appennino.
I Veituri, (suddivisi nelle sottotribù degli Utrines, Sestrines, Mentovines e dei Langenses), insediati nell'attuale ponente genovese ed in Val Polcevera, dove nel 1506 fu rinvenuta la nota Tavola Bronzea di Polcevera, redatta a Roma nel 117 a.C.
Gli Statielli, insediati nell'odierna provincia di Alessandria nel territorio di Acqui, nelle valli delle due Bormide e degli affluenti Orba e Belbo.
I Dectunini, insediati nel tortonese,nel novese e nel vogherese.
I Sabazi, insediati nel Savonese.
Gli Ingauni, insediati nel territorio di Albenga.
I Bagienni (o Vegenni) e gli Epanteri, insediati nell'alta valle del Tanaro e poi trasferitisi in val Trebbia a Bobbio (sede del pagus omonimo) sotto il municipio di Velleia (centro principale in età romana: Augusta Bagiennorum - ora Bene Vagienna).
Gli Intemeli, insediati nella Riviera di Ponente, nei pressi di Ventimiglia (Albium Intemelium).
I Levi e i Marici, insediati nella zona nell'attuale oltrepo pavese fino al fiume Po (provinc

I NOMI DELLE 4PROVINCE

I nomi delle Quattro Province


Il territorio che chiamiamo delle Quattro Province non ha alcun nome ufficiale, ed è stato designato nel tempo con diverse espressioni. Gli abitanti, pur essendo consapevoli della loro affinità con quelli delle valli vicine (i nostri monti), non hanno un modo specifico di designarlo.
Non esiste nemmeno un confine preciso, quanto piuttosto un'area centrale ben identificabile e corrispondente ai versanti del crinale Àntola-Carmo-Chiappo-Boglelio, allontanandosi dal quale l'identità storico-culturale si va affievolendo e mescolando con altre; come limiti convenzionali potremmo forse assumere i letti dei torrenti Lemme, Lavagna, Sturla e Nure e la base delle colline dell'Oltrepò. Beninteso dunque non si intende riferirsi all'intero territorio delle rispettive province: località come Arenzano (GE), Casale Monferrato (AL), Lomello (PV) o Fiorenzuola d'Arda (PC) non appartengono affatto alle Quattro Province, come non vi appartengono i rispettivi capoluoghi di provincia, con la possibile eccezione di Genova almeno in una prospettiva storica.


Quattro Province

Questo termine è stato coniato attorno agli anni Settanta del Novecento, forse da Bruno Pianta, nel contesto delle prime ricerche etno-musicologiche nella nostra area caratterizzata soprattutto dalla diffusione del piffero e delle danze ad esso associate, ed è stato adottato da altri ricercatori come Mauro Balma, Annalisa Scarsellini, Placida Staro e Stefano Valla (leader del gruppo Suonatori delle Quattro Province, in analogia coi Suonatori della Valle del Sàvena). Il termine si riferisce chiaramente alla convergenza sui nostri monti di quattro province amministrative (Genova, Alessandria, Pavia e Piacenza). Esistono peraltro altre zone dell'Appennino in cui convergono quattro diverse province, compresa quella fra Avellino, Benevento, Campobasso e Foggia che viene talvolta indicata con la stessa espressione, così come un'area della Francia centrale (dove significa "quattro regioni"). Ad ogni modo, il termine è stato rapidamente adottato per indicare le tradizioni musicali della nostra zona, specialmente tra gli appassionati italiani ed europei di danze folk, che lo utilizzano in modo parallelo ad altri quali Occitania, Bretagna o Galizia. Negli anni Duemila, anche per effetto dell'attività di questo sito, l'espressione ha cominciato ad essere utilizzata in senso più generale, non soltanto musicale ma anche geografico o storico, e ad apparire anche in contesti diversi, come il fascicolo illustrativo del rally Valli del Giarolo 2012. Questa estensione ci sembra appropriata e utile, in mancanza di altri nomi, a diffondere la consapevolezza dell'identità e della ricchezza culturale di queste terre in un senso più completo e integrato. È opportuno scriverlo in lettere e con iniziali maiuscole, analogamente a Cinque Terre o Cento Laghi. Si va diffondendo anche l'abbreviazione 4P, coniata nel 2001 per marcare l'oggetto dei messaggi dell'indirizzario di posta elettronica poi associato a questo sito. Nel 2011 un gruppo di cittadini preoccupati per i progetti di impianti eolici sui crinali ha assunto il nome di Comitato per il territorio delle Quattro Province.


Monte Lungo


Questo termine, riportato da Mauro Casale e citato da Fiorenzo Debattisti, sarebbe stato usato in epoca alto-medievale per indicare il crinale principale delle Quattro Province, che costituisce effettivamente un asse allungato in direzione nord-sud molto utilizzato dalle carovane di mulattieri. Da quest'epoca potrebbe derivare il nome del santuario di Montelungo, ubicato nell'alto Oltrepò alla congiunzione dei percorsi che salgono da Casteggio e da Stradella verso la Liguria. La vicina cima del monte Pénice, su cui si trova un piccolo santuario mariano, è indicata in vecchie carte come Madonna dell'Appennino: in effetti è la prima sommità importante, dalla quale si può continuare per il "Monte Lungo" attraverso l'Oratorio di Sant'Anna (oggi Capanne di Cosola) alle pendici del monte Neseredo o Neiseredo (oggi Chiappo). Altri Montelungo si trovano nelle vicinanze di Bàvari presso Genova e vicino a Pontremoli, dove sorgeva uno xenodochio benedettino sulla via Francigena verso il Monte Bardone (passo della Cisa) che peraltro deriverebbe, come il nome del paese, da Mons Longobardorum.


Patrànico

È un altro nome che designava la nostra area montuosa, specialmente nei pressi dell'antica abbazia di Patrània, che sorgeva a Torriglia sul tratto della Via del Sale che scende dall'Antola; via Patranica era perciò denominato l'itinerario lungo i crinali che collegano il Genovesato alla pianura.


Marca Obertenga

Era l'ampio territorio controllato nel X-XI secolo dalla dinastia di Oberto I, comprendente Lombardia, Emilia, basso Piemonte, Genovesato, Lunigiana e Garfagnana. Dalla sua divisione derivarono molte delle famiglie che controllarono in seguito i Feudi Imperiali. Il cognome Oberti è tuttora diffuso in val Vobbia e val Trebbia, così come il toponimo Sant'Uberto (il santo con questo nome visse in Francia e Belgio nel VII secolo).


Feudi Imperiali

Buona parte delle Quattro Province (con eccezione delle valli Staffora e Curone) nei secoli precedenti l'arrivo di Napoleone ricadevano in una complessa costellazione di possedimenti, controllati da famiglie nobili quali Fieschi, Doria, Adorno e Spìnola e derivati da concessioni del Sacro Romano Impero. Questa espressione era quindi frequente per indicare quest'area, politicamente affine anche se non formalmente unificata.


Diocesi di Tortona

Questa suddivisione dell'amministrazione ecclesiastica ha una storia influente e antichissima, essendo stata fondata già nel I secolo; il suo vasto territorio comprende buona parte delle Quattro Province, tranne la parte orientale distaccata nel 1014 con la creazione della diocesi di Bobbio (oggi Piacenza-Bobbio).


Vecchio Piemonte

È un termine impiegato popolarmente per indicare la zona di Voghera e di Bobbio, appartenuta nell'Ottocento al Regno di Sardegna.


Oltregiogo

Nella prospettiva genovese, indica le zone di influenza ligure a nord del crinale principale dell'Appennino (passi del Turchino, della Bocchetta, dei Giovi, della Crocetta d'Orero ecc.), quindi le Quattro Province occidentali ma anche aree limitrofe come l'Ovadese.


Quattro Regioni

Indicare il nostro territorio con questa espressione sembrerebbe più preciso e razionale, dal momento che le quattro province in questione appartengono anche a quattro regioni amministrative diverse, una situazione che si ritrova ancora più raramente altrove. In effetti questa variante è talvolta utilizzata in modo equivalente, come nel caso del popolare Rally delle Quattro Regioni, valido per il campionato europeo della specialità, disputato durante gli anni Settanta e Ottanta su strade delle valli Staffora, Curone, Borbera ecc. con quartier generale a Salice Terme. Bisogna tuttavia constatare come il termine Quattro Province abbia prevalso, forse perché suggerisce l'idea di un'area meno vasta e dispersa, di dimensioni più vicine a quelle effettive.


Appennino pavese-genovese

Indicazione geografica obiettiva anche se un po' prolissa; l'Appennino pavese è in effetti interamente parte delle Quattro Province, e quello genovese lo è in gran parte; il tratto fra i monti pavesi e quelli genovesi, comprendente anche territori alessandrini e piacentini, corrisponde sostanzialmente alle Quattro Province.


Appennino ligure-emiliano

Indicazione chiara ma che coincide solo in parte con il nostro territorio, poiché ne lascia fuori la porzione occidentale, e si estende invece anche più ad est alle valli Vara, Taro ecc. che sono sicuramente al di fuori delle Quattro Province.


Via del Sale

Percorso storico che si snoda effettivamente lungo il crinale principale delle Quattro Province, ed è quindi ben centrata rispetto al nostro territorio. Occorre però tener presente che esistono molte altre "Vie del Sale" fra la pianura Padana e il mare, dalla Francia alla Toscana.


Via del Mare


Variante della Via del Sale che per ragioni turistiche termina a Portofino invece che Genova o Recco, proposta negli anni Novanta dalla Provincia di Alessandria e contrassegnata sui sentieri da un quadrato blu pieno. Recentemente un'associazione ne ripropone l'adozione, estendendola a collegamenti con la pianura pavese e milanese.


Un'isola tra i monti

Espressione letteraria coniata da Fabrizio Capecchi per descrivere l'area delle Quattro Province nel primo dei suoi libri fotografici, e ripresa in una successiva rassegna di musica folk. Lo stesso Capecchi ha peraltro intitolato il suo ultimo libro all'"Appennino delle quattro province".


Terre alte

Il termine, adottato da alcuni progetti europei di valorizzazione del territorio, indica in realtà qualsiasi territorio montuoso utilizzato dall'uomo; all'inizio degli anni Duemila è stato impiegato in alcune iniziative e pubblicazioni per indicare sostanzialmente le Quattro Province.

lunedì 8 settembre 2014

STORIA DEI SIGNORI MALASPINA

La famiglia Malaspina deriva da quella degli Obertenghi che, insieme agli Aleramici del Carretto e ad altre famiglie, domina la zona dell’Appennino Ligure.

Cosa significa Malaspina?
...
Alcuni studiosi, tra cui il Muratori, riprendono la leggenda secondo cui Accino, un antenato del capostipite dei Malspina vissuto nel 549, uccide per errore con una spina Teodoberto I re dei Franchi mentre preparavano insieme un attacco ad un nemico comune.

La famiglia degli Obertenghi è una delle quattro importanti famiglie che hanno dominato la Liguria. Il castello di Oramala rappresenta la culla degli Obertenghi e poi dei Malaspina. Quella degli Obertenghi è considerata una famiglia di origine probabilmente franca, forse longobarda. L’antenato dei Malaspina è Bonifacio I detto il Bavaro, vissuto all’inizio del IX secolo d.C., riconosciuto da Carlo Magno come duca.

Oberto, il capostipite dei Malaspina, ottiene da Ottone di Sassonia, re del Sacro Romano Impero, la carica di conte del Sacro Palazzo, ossia rappresentante del re, e il feudo della Liguria Orientale; così i suoi possedimenti si estendono così su Toscana, Liguria e Piemonte arrivando quasi a Tortona.

Attivo protagonista delle vicende politiche del tempo, Oberto riesce ad occupare anche alcuni possedimenti fondiari di importanti monasteri come San Colombano a Bobbio ed è coinvolto in numerosi contrasti con l’abate di Bobbio Gerberto d’Aurillac che diventerà papa con il nome di Silvestro II.

I discendenti di Oberto si suddividono in vari rami che danno origine ad alcune importanti famiglie del territorio italiano, oltre al ramo principale dei Malaspina, la linea degli estensi da cui discendono anche gli Hannover che occupano Ferrara, Modena e Reggio Emilia, il ramo dei Pelavicino (dal cognome molto significativo di uno dei discendenti) che occupano Parma, Piacenza e Fidenza e altri rami con feudi sparsi nell’Appennino tosco-ligure-piemontese.

Nel X secolo gli Obertenghi si insediano nella fortificazione di Oramala.

Il primo documento che nomina Oramala risale al 1029: il diacono Gerardo dona al marchese Ugo degli Obertenghi, insieme ad altri beni, la rocca di Oramala. Questa passa ad Alberto Azzo I e a Oberto Obizzo che vi risiede e nel documento del 1056 viene nominato il suo vassallo Rustico da Oramala. Con il termine rocca, Oramala è individuata come fortificazione sulla sommità del monte.

Nel 1167 il Barbarossa viene aiutato da Obizzo a raggiungere Pavia attraverso i sentieri tracciati dai mulattieri nell’Appennino e passa una notte ad Oramala.

Tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo la corte di Oramala vive il periodo di maggior splendore anche culturale: viene celebrato il joi, la gioia della giovinezza, dell’amor cortese.

Importanti trovatori originari della Provenza vengono accolti dai nobili delle corti del Nord, tra cui i marchesi di Monferrato e dai Malaspina. Il castello di Oramala, posto sull’antichissima strada che dalla Val Bisagno risaliva attraverso il passo della Scoffera in Val Trebbia e poi attraverso il passo del Brallo in Val Staffora, tra Tortona e Pavia, è l’unico castello malaspiniano nominato nei testi trobadorici, a testimonianza dell’importanza strategica rivestita da questa corte nell’ambito del sistema di comunicazione e delle relazioni di potere del tempo.

Il primo trovatore ad entrare in contatto con i Malaspina è Raimbaut de Vaqueiras, originario della Valchiusa, resa famosa dai versi di Petrarca. Raimbaut sosta alla corte di Obizzo il Grande ed oltre ad essere un eccezionale testimone delle vicende politiche e militari che coinvolgono i Malaspina è famoso per essere il primo poeta a comporre delle strofe in un volgare italiano, il genovese.

Negli anni seguenti, durante il periodo della condivisione del potere tra Guglielmo e Corrado (ricordato da Dante come “l’Antico”), altri importanti trovatori vengono accolti a Oramala e celebrano la fama dei Marchesi, che sul modello della corte del Monferrato trovano nella poesia dei compositori itineranti un significativo elemento di prestigio: Aimeric de Peguilham, Peire Raimon, Albertet de Sisteron, Aimeric de Belenoi e Guihem de la Tor si cimentano nel genere del cortège de dames (corteo di dame), chiamando a raccolta attorno a Selvaggia e Beatrice Malaspina le più importanti nobildonne dell’epoca.

Nel 1221, dopo la morte di Guglielmo, avviene la storica divisione dei beni e la distinzione araldica tra il ramo dello Spino Secco e delle Spino Fiorito.

In base alla spartizione le valli della Staffora e del Curone vengono assegnate, unitamente a una porzione dei feudi lunigianesi, ad Obizzino. Nel 1275 un’ulteriore spartizione assegna ad Alberto, figlio di Obizzino, i castelli di Oramala, Monfalcone e Valverde; al nipote Francesco Pozzolgroppo, Bagnaria e Pietragavina; agli altri nipoti Varzi, Santa Margherita e Casanova.

Nel XIII secolo inizia il declino, anche a causa del continuo frazionamento del patrimonio tra gli eredi dei Malaspina.

Oramala rimane in possesso dei Malaspina fino al XVIII secolo.

Nel 1985 per volontà dei fratelli Panigazzi, inizia l’opera di ricostruzione delle parti crollate della struttura.

Fonte: www.spinofiorito.com