martedì 2 luglio 2013
CULTURA OMOGENEA DELLE 4 PROVINCE
La zona definita "delle Quattro Province" è un'area di cultura omogenea suddivisa amministrativamente in quattro province di quattro differenti regioni: Alessandria, Genova, Pavia, Piacenza. Valli e monti punteggiati da nuclei abitati di modeste dimensioni, storicamente uniti dal "sentiero del sale" che portava dal mare alla pianura del Po. Su questo percorso e sulle sue diramazioni è fiorito nel tempo uno dei fenomeni culturali più interessanti dell'Italia settentrionale: musiche, danze, canti, leggende e riti che concorrono a formare un repertorio di tradizione orale raro per qualità e quantità. Ma la sua specificità più significativa delle Quattro Province è la presenza quotidiana degli elementi tradizionali nella vita dei suoi abitanti: il "salto generazionale" che in altre zone d'Italia ha fatto si che il patrimonio tradizionale venisse nella quasi totalità dei casi dimenticato, qui non si è sostanzialmente verificato; quando l'importanza della situazione ha inoltre consentito la conservazione della cultura tradizionale e la sua continuità nell'evoluzione anche a fronte di un forte movimento migratorio, che no ha intaccato nella sostanza la compattezza della matrice originaria del territorio, rendendola anzi più attuale e fruibile nella sua evoluzione.
domenica 9 giugno 2013
:::::LA CONGIURA DEI FIESCHI::::::....
La congiura di Giovanni Luigi Fieschi (detto Gianluigi, appartenente al casato dei Fieschi) - episodio storico conosciuto come la congiura dei Fieschi - fu il tentativo da parte di questi di eliminare ...il principe-ammiraglio Andrea Doria e i principali artefici della sua corte.Tale episodio - avvenuto il 2 gennaio 1547 - è stato nel tempo variamente interpre...tato dagli storici ed è stato ricostruito anche in un'opera letteraria - La congiura del conte Gian Luigi Fieschi - scritta dal cardinale e memorialista francese Jean-François-Paul de Gondi de Retz.Da una parte lo si considera un'azione malvagia e mossa dalla sola invidia diretta contro i potenti Doria, risolvendola in un fatto personale. Dall'altra appare come azione spinta dall'amore per l'antica libertà della Repubblica, ovvero un tentativo di vero e proprio attentato alla vita di un tiranno.La storiografia attuale la interpreta come una sorta di soluzione dei contrasti divampati tra i due ceti nobiliari che si contendevano il potere: la nobiltà nuova e la nobiltà vecchia delle famiglie più antiche della Repubblica di Genova.
La prima interpretazione, che rigetta l'azione del ribelle per esaltare la figura di Andrea Doria, è quella degli storici dei secoli successivi l'evento: l'annalista Bonfadio, il Companaceo, il Sigonio, il Capellone, il Foglietta, il Mascardi, il Casoni.Gianluigi Fieschi è invece visto come un nuovo Bruto, tirannicida per ideale, prevalentemente presso storici dell'Ottocento (Luigi Bernabò Brea ad esempio, a seguito di una tendenza risorgimentale che rifiuta il malgoverno spagnolo in Italia).L'azione di Fieschi, dunque, nella realtà storica è frutto di un insieme di cause politiche, socio-economiche, aspirazioni di ceto e aspirazioni personali; nel complesso, gli esiti non sarebbero stati eccellenti se tale azione fosse riuscita, considerato che il Fieschi non possedeva presso i potenti un'autorità pari a quella del Doria presso Carlo V del Sacro Romano Impero.Il padre di Gianluigi, Sinibaldo Fieschi, era stato tra coloro che meglio avevano esaudito le richieste di Andrea Doria di prestiti, in cambio di incarichi e onorificenze, a sostegno delle imprese di Carlo V. Erano oneri che le casse dell'erario della Repubblica non potevano sostenere, ed in definitiva questo sostegno all'imperatore andava poi a vantaggio diretto di Andrea Doria, che aumentava così le sue potenza e ricchezza.
Sinibaldo per la sua generosità aveva ceduto i suoi possedimenti alla Porta d'Archi più gli immobili ad essa adiacenti a Levante, dietro compenso di 4000 lire annue e dell'esenzione, per lui ed i suoi eredi, dalle gabelle. Ma le spese erano... state maggiori e alla sua morte la famiglia versava in difficoltà economiche. La moglie Maria Della Rovere... dovette pertanto abbandonare la costosa vita nel palazzo in Vialata per un regime più economico nel feudo di famiglia di Montoggio.Ad accentuare le difficoltà non le vennero più corrisposte le 4000 Lire annue pattuite per la cessione della Porta dell'Arco e dintorni. Da qui nacque l'odio di Gian Luigi, cresciuto da ragazzo con la madre a Montoggio, che vedeva con dispetto Andrea Doria e Giannettino godere di una vita sempre più agiata cresciuta anche approfittando della generosità del padre defunto.Gian Luigi arrivando alla maggiore età sposava a diciassette anni Eleonora Cibo dei marchesi di Massa. Lasciava il castello di Montoggio per tornare alla vita cittadina che gli spettava, ma si vedeva trattato con disprezzo da Giannettino Doria proprio nel suo palazzo di Vialata. A colmare la misura pare che Giannettino avesse tolto a Gianluigi Ginetta Centurione, figlia di Adamo, dato che al momento del matrimonio di Giannettino e Ginetta Gianluigi aveva solo 7 anni.Motivazioni ideologiche si aggiunsero a queste motivazioni iniziali. Queste si possono individuare nel desiderio di ritorno alla precedente libertà e nell'ostilità per l'antica nobiltà filo-spagnola.I nuovi nobili erano coloro che prima del 1528, anno dell'inizio del potere di Andrea Doria, appartenevano agli ordini dei mercanti e degli artefici; pertanto la divisione rispecchiava l'antico antagonismo della Repubblica di Genova tra popolari e nobili. A questo si aggiungevano altri motivi: i vecchi nobili erano legati agli interessi della Spagna per i traffici di valuta necessari all'Imperatore, i nuovi (gli ex popolari) erano legati al settore commerciale ed industriale, prevalentemente dei tessuti e delle sete.Ai vecchi interessava mantenere saldo il legame con la Spagna, ai nuovi una forma di neutralità tale da riaprire i mercati con la Francia, in parte ripresi solo nel 1541. Sopravviveva anche un intento ideale di ripristinare l'antica libertà comunale, per quanto fosse posto a mascherare vari interessi.Da quando Andrea Doria era arrivato al potere si erano succeduti vari tentativi di rovesciarlo, subito abortiti: nel 1533 il complotto che riun' Agostino Granara e Corsanico (popolari), e Tommaso Sauli (nuovo nobile), giustiziati nel 1534 (Granara e Sauli decapitati immediatamente, Corsanigo fuggito ma ricatturato e fatto annegare in alto mare da Andrea Doria).Tentativi senza seguito non avevano creato turbolenze e nel 1530 il secondo doge, Battista Spinola, era eletto senza problemi. Seguiva il tentativo fallito filofrancese di Cesare Fregoso del 1536 a causa del quale si era affrettata la costruzione delle nuove mura.Nel 1536 i fratelli Cesare ed Ercole Fregoso (i Fregoso erano stati esclusi dagli Alberghi Nobiliari nella riforma del Doria), con Guido Rangone, Cagnino Gonzaga, Barnaba Visconti, con un esercito italo francese di 12.000 fanti e 800 cavalli avevano minacciato Genova, ma all'interno della città nessuno aveva preso parte al loro tentativo.Aveva luogo poi il tentativo del sacerdote Valerio Zuccarello, decapitato nel 1539.Barnaba Adorno (anche gli Adorno erano stati esclusi dagli Alberghi Nobiliari) ritirato nel castello di Silvano intendeva cospirare contro Andrea Doria, ma la polizia del Senato aveva catturato un suo messo, il frate Badaraccio, prendendolo con lettere relative al complotto. Frate Badaraccio venne decapitato, dopo che sotto tortura gli erano stati estorti alcuni nomi tra i quali Pietro Paolo Lasagna (nobile popolare) e Gianluigi Fieschi.Con la pace di Crepy i nuovi nobili credendosi più forti non rispettarono l'uso dell'alternare un doge nobile nuovo ad un nobile vecchio ed elessero G.B.De Fornari allo scadere di Andrea Pietrasanta. Il contrasto si acuisce nel 1545, all'elezione a doge di Giovanni Battista Fregoso, un nobile nuovo, mentre la carica spettava ai vecchi nobili per l'uso dell'alternanza.Gian Luigi cominciò a contattare i principi e signori avversi al potere di Andrea Doria. Erano questi i Farnese di Piacenza, avversari di Carlo V e quindi del Doria, famiglia cui apparteneva il papa. Favorevole all'azione era il Re di Francia, che considerava un tradimento il passaggio del Doria alla parte avversa. Complici per il tentativo furono poi molti fuorusciti.Lo storico Michelangelo Dolcino individua i principali animatori del complotto, oltre a Gian Luigi Fieschi, nei di lui fratelli Cornelio, Gerolamo e Ottobuono Fieschi, e poi soprattutto Giambattista Verrina. Il Verrina era l'unico non nobile del gruppo, ma infervorato nel tentativo alla pari dei Fieschi per motivi ideologici, essendo nemico giurato della vecchia nobiltà.Abitava vicino al palazzo di Vialata, per questo conosceva i Fieschi, ed era arrivato ad essere consigliere di Gian Luigi. Egli fu personaggio parimenti fondamentale nel mancato colpo, sostenendone l'apporto ideologico, la parola “Libertà” inclusa era nel suo motto.
Tra gli altri adepti era Raffaele Sacco, savonese, giureconsulto, giudice dei feudi fliscani, politicamente filofrancese. Poi il varesino Vincenzo Calcagno.L'intento della congiura era quello di uccidere immediatamente Andrea e Giannettino Doria, Adamo Centurione, suocero di Giannettino (marito della di lui figlia Ginetta); quindi eleggere doge Barnaba Adorno, in politica estera lasciare la Spagna e l'Impero per allearsi col re di Francia.Sugli intenti maturati all'interno del gruppo le motivazioni erano forse discordi; ad esempio del Verrina si alluse poi ad un suo possibile intento di uccidere in seguito anche il Fieschi, in odio a tutta la nobiltà, desiderando non avere più capi, mentre del Calcagno si disse fosse titubante per organizzare una tale impresa.Gianluigi aveva preso quattro galee pontificie e si era accordato con Pier Luigi Farnese, duca di Piacenza e figlio del papa Paolo III (mentre pare che il pontefice, sebbene molto probabilmente a conoscenza della congiura, non si esponesse né pro ne contro di essa, lasciando agire il figlio, per il sostegno economico all'impresa.
Negli accordi con la Francia – Gianluigi aveva inviato un fratello presso quella corte - invece era stata promesso il passaggio a questa parte, contro la Spagna. Fu il Gonzaga ad avvisare Carlo V di quanto si stava preparando, e l'imperatore temendo di perdere Genova, faceva avvertire il Doria del pericolo tramite il suo ambasciatore, il Figueroa. Andrea Doria, che cercava di mantenere l'indipendenza dalle grandi potenze con l'adesione alla parte spagnola, sapendo che accettare una maggiore intromissione spagnola avrebbe significato rendere suddita la Repubblica, e minimizzò la cosa assicurando che il suo potere era ben saldo.Della trama che si stava organizzando era a conoscenza anche l'ambasciatore di Venezia a Parigi. Temendo di essere scoperto, Gianluigi dovette allora affrettare i tempi.Le sue milizie erano formate dai sudditi dei suoi feudi appenninici, che aveva addestrato alle armi; inoltre blandiva anche tramite il Verrina la nuova nobiltà e tentava di accattivarsi la plebe, presentandosi presso i capi popolari come l'occasione di raggiungere la perduta libertà.Per la loro azione i congiurati scelsero la notte tra il 2 e il 3 gennaio 1547; avrebbero dovuto in quel momento impossessarsi della città prendendo prima le porte, e quindi le navi in Darsena; nel corso degli eventi dovevano uccidere il Principe.
La prima interpretazione, che rigetta l'azione del ribelle per esaltare la figura di Andrea Doria, è quella degli storici dei secoli successivi l'evento: l'annalista Bonfadio, il Companaceo, il Sigonio, il Capellone, il Foglietta, il Mascardi, il Casoni.Gianluigi Fieschi è invece visto come un nuovo Bruto, tirannicida per ideale, prevalentemente presso storici dell'Ottocento (Luigi Bernabò Brea ad esempio, a seguito di una tendenza risorgimentale che rifiuta il malgoverno spagnolo in Italia).L'azione di Fieschi, dunque, nella realtà storica è frutto di un insieme di cause politiche, socio-economiche, aspirazioni di ceto e aspirazioni personali; nel complesso, gli esiti non sarebbero stati eccellenti se tale azione fosse riuscita, considerato che il Fieschi non possedeva presso i potenti un'autorità pari a quella del Doria presso Carlo V del Sacro Romano Impero.Il padre di Gianluigi, Sinibaldo Fieschi, era stato tra coloro che meglio avevano esaudito le richieste di Andrea Doria di prestiti, in cambio di incarichi e onorificenze, a sostegno delle imprese di Carlo V. Erano oneri che le casse dell'erario della Repubblica non potevano sostenere, ed in definitiva questo sostegno all'imperatore andava poi a vantaggio diretto di Andrea Doria, che aumentava così le sue potenza e ricchezza.
Sinibaldo per la sua generosità aveva ceduto i suoi possedimenti alla Porta d'Archi più gli immobili ad essa adiacenti a Levante, dietro compenso di 4000 lire annue e dell'esenzione, per lui ed i suoi eredi, dalle gabelle. Ma le spese erano... state maggiori e alla sua morte la famiglia versava in difficoltà economiche. La moglie Maria Della Rovere... dovette pertanto abbandonare la costosa vita nel palazzo in Vialata per un regime più economico nel feudo di famiglia di Montoggio.Ad accentuare le difficoltà non le vennero più corrisposte le 4000 Lire annue pattuite per la cessione della Porta dell'Arco e dintorni. Da qui nacque l'odio di Gian Luigi, cresciuto da ragazzo con la madre a Montoggio, che vedeva con dispetto Andrea Doria e Giannettino godere di una vita sempre più agiata cresciuta anche approfittando della generosità del padre defunto.Gian Luigi arrivando alla maggiore età sposava a diciassette anni Eleonora Cibo dei marchesi di Massa. Lasciava il castello di Montoggio per tornare alla vita cittadina che gli spettava, ma si vedeva trattato con disprezzo da Giannettino Doria proprio nel suo palazzo di Vialata. A colmare la misura pare che Giannettino avesse tolto a Gianluigi Ginetta Centurione, figlia di Adamo, dato che al momento del matrimonio di Giannettino e Ginetta Gianluigi aveva solo 7 anni.Motivazioni ideologiche si aggiunsero a queste motivazioni iniziali. Queste si possono individuare nel desiderio di ritorno alla precedente libertà e nell'ostilità per l'antica nobiltà filo-spagnola.I nuovi nobili erano coloro che prima del 1528, anno dell'inizio del potere di Andrea Doria, appartenevano agli ordini dei mercanti e degli artefici; pertanto la divisione rispecchiava l'antico antagonismo della Repubblica di Genova tra popolari e nobili. A questo si aggiungevano altri motivi: i vecchi nobili erano legati agli interessi della Spagna per i traffici di valuta necessari all'Imperatore, i nuovi (gli ex popolari) erano legati al settore commerciale ed industriale, prevalentemente dei tessuti e delle sete.Ai vecchi interessava mantenere saldo il legame con la Spagna, ai nuovi una forma di neutralità tale da riaprire i mercati con la Francia, in parte ripresi solo nel 1541. Sopravviveva anche un intento ideale di ripristinare l'antica libertà comunale, per quanto fosse posto a mascherare vari interessi.Da quando Andrea Doria era arrivato al potere si erano succeduti vari tentativi di rovesciarlo, subito abortiti: nel 1533 il complotto che riun' Agostino Granara e Corsanico (popolari), e Tommaso Sauli (nuovo nobile), giustiziati nel 1534 (Granara e Sauli decapitati immediatamente, Corsanigo fuggito ma ricatturato e fatto annegare in alto mare da Andrea Doria).Tentativi senza seguito non avevano creato turbolenze e nel 1530 il secondo doge, Battista Spinola, era eletto senza problemi. Seguiva il tentativo fallito filofrancese di Cesare Fregoso del 1536 a causa del quale si era affrettata la costruzione delle nuove mura.Nel 1536 i fratelli Cesare ed Ercole Fregoso (i Fregoso erano stati esclusi dagli Alberghi Nobiliari nella riforma del Doria), con Guido Rangone, Cagnino Gonzaga, Barnaba Visconti, con un esercito italo francese di 12.000 fanti e 800 cavalli avevano minacciato Genova, ma all'interno della città nessuno aveva preso parte al loro tentativo.Aveva luogo poi il tentativo del sacerdote Valerio Zuccarello, decapitato nel 1539.Barnaba Adorno (anche gli Adorno erano stati esclusi dagli Alberghi Nobiliari) ritirato nel castello di Silvano intendeva cospirare contro Andrea Doria, ma la polizia del Senato aveva catturato un suo messo, il frate Badaraccio, prendendolo con lettere relative al complotto. Frate Badaraccio venne decapitato, dopo che sotto tortura gli erano stati estorti alcuni nomi tra i quali Pietro Paolo Lasagna (nobile popolare) e Gianluigi Fieschi.Con la pace di Crepy i nuovi nobili credendosi più forti non rispettarono l'uso dell'alternare un doge nobile nuovo ad un nobile vecchio ed elessero G.B.De Fornari allo scadere di Andrea Pietrasanta. Il contrasto si acuisce nel 1545, all'elezione a doge di Giovanni Battista Fregoso, un nobile nuovo, mentre la carica spettava ai vecchi nobili per l'uso dell'alternanza.Gian Luigi cominciò a contattare i principi e signori avversi al potere di Andrea Doria. Erano questi i Farnese di Piacenza, avversari di Carlo V e quindi del Doria, famiglia cui apparteneva il papa. Favorevole all'azione era il Re di Francia, che considerava un tradimento il passaggio del Doria alla parte avversa. Complici per il tentativo furono poi molti fuorusciti.Lo storico Michelangelo Dolcino individua i principali animatori del complotto, oltre a Gian Luigi Fieschi, nei di lui fratelli Cornelio, Gerolamo e Ottobuono Fieschi, e poi soprattutto Giambattista Verrina. Il Verrina era l'unico non nobile del gruppo, ma infervorato nel tentativo alla pari dei Fieschi per motivi ideologici, essendo nemico giurato della vecchia nobiltà.Abitava vicino al palazzo di Vialata, per questo conosceva i Fieschi, ed era arrivato ad essere consigliere di Gian Luigi. Egli fu personaggio parimenti fondamentale nel mancato colpo, sostenendone l'apporto ideologico, la parola “Libertà” inclusa era nel suo motto.
Tra gli altri adepti era Raffaele Sacco, savonese, giureconsulto, giudice dei feudi fliscani, politicamente filofrancese. Poi il varesino Vincenzo Calcagno.L'intento della congiura era quello di uccidere immediatamente Andrea e Giannettino Doria, Adamo Centurione, suocero di Giannettino (marito della di lui figlia Ginetta); quindi eleggere doge Barnaba Adorno, in politica estera lasciare la Spagna e l'Impero per allearsi col re di Francia.Sugli intenti maturati all'interno del gruppo le motivazioni erano forse discordi; ad esempio del Verrina si alluse poi ad un suo possibile intento di uccidere in seguito anche il Fieschi, in odio a tutta la nobiltà, desiderando non avere più capi, mentre del Calcagno si disse fosse titubante per organizzare una tale impresa.Gianluigi aveva preso quattro galee pontificie e si era accordato con Pier Luigi Farnese, duca di Piacenza e figlio del papa Paolo III (mentre pare che il pontefice, sebbene molto probabilmente a conoscenza della congiura, non si esponesse né pro ne contro di essa, lasciando agire il figlio, per il sostegno economico all'impresa.
Negli accordi con la Francia – Gianluigi aveva inviato un fratello presso quella corte - invece era stata promesso il passaggio a questa parte, contro la Spagna. Fu il Gonzaga ad avvisare Carlo V di quanto si stava preparando, e l'imperatore temendo di perdere Genova, faceva avvertire il Doria del pericolo tramite il suo ambasciatore, il Figueroa. Andrea Doria, che cercava di mantenere l'indipendenza dalle grandi potenze con l'adesione alla parte spagnola, sapendo che accettare una maggiore intromissione spagnola avrebbe significato rendere suddita la Repubblica, e minimizzò la cosa assicurando che il suo potere era ben saldo.Della trama che si stava organizzando era a conoscenza anche l'ambasciatore di Venezia a Parigi. Temendo di essere scoperto, Gianluigi dovette allora affrettare i tempi.Le sue milizie erano formate dai sudditi dei suoi feudi appenninici, che aveva addestrato alle armi; inoltre blandiva anche tramite il Verrina la nuova nobiltà e tentava di accattivarsi la plebe, presentandosi presso i capi popolari come l'occasione di raggiungere la perduta libertà.Per la loro azione i congiurati scelsero la notte tra il 2 e il 3 gennaio 1547; avrebbero dovuto in quel momento impossessarsi della città prendendo prima le porte, e quindi le navi in Darsena; nel corso degli eventi dovevano uccidere il Principe.
sabato 26 gennaio 2013
I CONFINI DELL'OLTREPO ALTA VAL TREBBIA-SCRIVIA
IL TERRITORIO DELL'OLTREPO
ALTA VAL TREBBIA-SCRIVIA LIGURE,E' RIMASTO APPROSSIMATIVAMENTE COSCRITTO NELLA
REGIONE ECCLESIASTICA LIGURIA SOTTO LA DIOCESI DI TORTONA.....La diocesi di
Tortona (in latino: Dioecesis Derthonensis) è una sede della Chiesa cattolica suffraganea dell'arcidiocesi di
Genova e appartenente alla REGIONE ECCLESIASTICA LIGURIA.
Il territorio della diocesi si trova a cavallo di ...ben quattro regioni amministrative: Piemonte, Liguria, Lombardia ed Emilia-Romagna. Le sue 314 parrocchie sono infatti così suddivise sul territorio:
144 nella provincia di Alessandria;
143 nella provincia di Pavia;
27 nella provincia di Genova.
Pur non avendo alcuna parrocchia in provincia di Piacenza, una piccola porzione di territorio diocesano appartiene a quella provincia.
Il territorio della diocesi si trova a cavallo di ...ben quattro regioni amministrative: Piemonte, Liguria, Lombardia ed Emilia-Romagna. Le sue 314 parrocchie sono infatti così suddivise sul territorio:
144 nella provincia di Alessandria;
143 nella provincia di Pavia;
27 nella provincia di Genova.
Pur non avendo alcuna parrocchia in provincia di Piacenza, una piccola porzione di territorio diocesano appartiene a quella provincia.
Sede vescovile è la città
di Tortona, dove si trova la cattedrale di Maria Santissima Assunta e di San
Lorenzo.
Comprende interamente o in parte i comuni di Albera Ligure (AL), Arquata Scrivia (AL), Basaluzzo (AL), Borghetto di Borbera (AL), Cabella Ligure (AL), Cantalupo Ligure (AL), Carrega Ligure (AL), Castelletto d'Orba (AL), Corte Brugnatella (PC), Crocefieschi (GE), Isola del Cantone (GE), Fascia (GE), Grondona (AL), Montaldeo (AL), Mongiardino Ligure (AL), Montebruno (GE), Novi Ligure (AL), Pasturana (AL), Pozzolo Formigaro (AL), Rocca Grimalda (AL), Roccaforte Ligure (AL), Rocchetta Ligure (AL), Rondanina (GE), Santa Margherita di Staffora (PV), Savignone (GE), Silvano d'Orba (AL), Tassarolo (AL), Torriglia (GE), Zerba (PC).
Tortona è città di antichissima origine; la sua "romanità" è attestata a partire dal 222 a.c., anno della distruzione di Clastidium (Casteggio). La zona tortonese si rivelò molto strategica , in quanto posta all'intersezione tra le principali vie di comunicazione, quali: la via Fulvia, la via Postumia, la via Emilia, che univano Genova con Piacenza e la Pianura Padana con le Gallie.
Comprende interamente o in parte i comuni di Albera Ligure (AL), Arquata Scrivia (AL), Basaluzzo (AL), Borghetto di Borbera (AL), Cabella Ligure (AL), Cantalupo Ligure (AL), Carrega Ligure (AL), Castelletto d'Orba (AL), Corte Brugnatella (PC), Crocefieschi (GE), Isola del Cantone (GE), Fascia (GE), Grondona (AL), Montaldeo (AL), Mongiardino Ligure (AL), Montebruno (GE), Novi Ligure (AL), Pasturana (AL), Pozzolo Formigaro (AL), Rocca Grimalda (AL), Roccaforte Ligure (AL), Rocchetta Ligure (AL), Rondanina (GE), Santa Margherita di Staffora (PV), Savignone (GE), Silvano d'Orba (AL), Tassarolo (AL), Torriglia (GE), Zerba (PC).
Tortona è città di antichissima origine; la sua "romanità" è attestata a partire dal 222 a.c., anno della distruzione di Clastidium (Casteggio). La zona tortonese si rivelò molto strategica , in quanto posta all'intersezione tra le principali vie di comunicazione, quali: la via Fulvia, la via Postumia, la via Emilia, che univano Genova con Piacenza e la Pianura Padana con le Gallie.
La Diocesi di Tortona
conobbe, fin dalle origini, un rapido sviluppo, tanto che, nel 1014, cede
alcune delle sue parrocchie all'erigenda Diocesi di Bobbio.
Conferenza episcopale della Liguria
Presidente: Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova
Vicepresidente: Martino Canessa, vescovo di Tortona
Segretario: Alberto Tanasini, vescovo di Chiavari
Membro: Alberto Maria Careggio, vescovo di Ventimiglia-San Remo
Membro: Vittorio Lupi, vescovo di Savona-Noli
Membro: Francesco Moraglia, vescovo della Spezia-Sarzana-Brugnato
Membro: Mario Oliveri, vescovo di Albenga-Imperia
Membro: Luigi Ernesto Palletti, vescovo ausiliare di GenovaVisualizza altro
Conferenza episcopale della Liguria
Presidente: Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova
Vicepresidente: Martino Canessa, vescovo di Tortona
Segretario: Alberto Tanasini, vescovo di Chiavari
Membro: Alberto Maria Careggio, vescovo di Ventimiglia-San Remo
Membro: Vittorio Lupi, vescovo di Savona-Noli
Membro: Francesco Moraglia, vescovo della Spezia-Sarzana-Brugnato
Membro: Mario Oliveri, vescovo di Albenga-Imperia
Membro: Luigi Ernesto Palletti, vescovo ausiliare di GenovaVisualizza altro
sabato 22 dicembre 2012
LA CASATA DEI MALASPINA
Malaspina è il nome della
nobile famiglia italiana di origine longobarda, discendente dal ceppo obertengo
dei marchesi di Toscana, che resse la Lunigiana e, dal XIV secolo, il
marchesato di Massa e Carrara. Era di parte guelfa e prese parte alle lotte dei
Lombardi contro gli Hohenstaufen. Ebbe anche un'ampia e compatta signoria nella zona a nord di
Genova (AREA DELLE QUATTRO PROVINCE "OLTREPO ALTA VAL TREBBIA-SCRIVIA
LIGURE"), nelle valli dei fiumi Trebbia e Staffora. Entrambe le signorie,
quella della Lunigiana e quella a nord di Genova (detta lombarda), andarono ben
presto sfaldandosi per l'adozione del diritto longobardo che prevedeva la
spartizione dei beni (e anche dei feudi) tra tutti i figli maschi.
Alcuni esponenti dei Malaspina ressero una parte del Giudicato di Torres nel XIV secolo (Bosa-Planargia e Monteacuto) e soprattutto, dal XV al XVIII secolo, il ramo dei Cybo-Malaspina governò il principato indipendente di Massa e Carrara (poi Ducato di Massa e Carrara). Gli appartenenti alla famiglia avevano il titolo di PRINCIPI DI SAN COLOMBANO. Malaspina sono una delle famiglie discese dal ceppo degli Obertenghi, il cui capostipite fu Oberto I (Otbert o Odebertus), che fu attorno alla metà del X secolo conte palatino (conte del Sacro Palazzo di Pavia e massima autorità giudiziaria nel Regno), e dal 951 marchese di Milano e conte di Luni e della marca da lui detta Obertenga, nella Liguria Orientale, comprendente i comitati di Milano,Genova,Tortona,Bobbio, Luni e zone limitrofe.
Questo ampio territorio andò riducendosi e spezzettandosi, sia per le divisioni ereditarie (non avendo l'istituto del maggiorascato), sia per avvecendamenti con altre famiglie (Fieschi, Spinola, Doria ed altri) e sia per la pressione dei nascenti comuni (Milano, Genova, Piacenza, Tortona, Pavia e Bobbio).
Da Oberto I, attraverso i successivi discendenti Oberto II, Oberto Opizzo I, Alberto I, Oberto Obizzo II, si giunge ad Alberto o Adalberto (morto nel 1140) detto Malaspina, capostipite della famiglia. Il figlio Obizzo I (il grande) (morto nel 1185) ebbe nel 1164 confermati i suoi feudi dall'imperatore Federico I e fu nominato vassallo imperiale: essi si componevano già dei due blocchi storici: parte della Liguria (Tigullio, Cinque Terre e Levanto sul mare, persi per acquisizioni di Genova e dei Fieschi), con la Lunigiana e la Garfagnana e la zona delle valli del Trebbia (fino a Torriglia), la Val d'Aveto (fino a Santo Stefano d'Aveto) e Staffora (Oltrepò); e in quella che allora si diceva Lombardia (Val Bormida e Oltregiogo).
Dei suoi vari discendenti nel 1220 erano viventi i soli Corrado e Opizzino, confermati dall'imperatore nei loro feudi invero alquanto ridotti per le cessioni fatte specie a Piacenza. Nel 1221 essi divisero le loro signorie: Corrado ebbe la Lunigiana a ovest del Magra e la val Trebbia in Lombardia, dando origine al ramo dello Spino Secco; Opizzino ebbe la Lunigiana a est del Magra e la valle Staffora in Lombardia, dando origine al ramo dello Spino Fiorito.
Alcuni esponenti dei Malaspina ressero una parte del Giudicato di Torres nel XIV secolo (Bosa-Planargia e Monteacuto) e soprattutto, dal XV al XVIII secolo, il ramo dei Cybo-Malaspina governò il principato indipendente di Massa e Carrara (poi Ducato di Massa e Carrara). Gli appartenenti alla famiglia avevano il titolo di PRINCIPI DI SAN COLOMBANO. Malaspina sono una delle famiglie discese dal ceppo degli Obertenghi, il cui capostipite fu Oberto I (Otbert o Odebertus), che fu attorno alla metà del X secolo conte palatino (conte del Sacro Palazzo di Pavia e massima autorità giudiziaria nel Regno), e dal 951 marchese di Milano e conte di Luni e della marca da lui detta Obertenga, nella Liguria Orientale, comprendente i comitati di Milano,Genova,Tortona,Bobbio, Luni e zone limitrofe.
Questo ampio territorio andò riducendosi e spezzettandosi, sia per le divisioni ereditarie (non avendo l'istituto del maggiorascato), sia per avvecendamenti con altre famiglie (Fieschi, Spinola, Doria ed altri) e sia per la pressione dei nascenti comuni (Milano, Genova, Piacenza, Tortona, Pavia e Bobbio).
Da Oberto I, attraverso i successivi discendenti Oberto II, Oberto Opizzo I, Alberto I, Oberto Obizzo II, si giunge ad Alberto o Adalberto (morto nel 1140) detto Malaspina, capostipite della famiglia. Il figlio Obizzo I (il grande) (morto nel 1185) ebbe nel 1164 confermati i suoi feudi dall'imperatore Federico I e fu nominato vassallo imperiale: essi si componevano già dei due blocchi storici: parte della Liguria (Tigullio, Cinque Terre e Levanto sul mare, persi per acquisizioni di Genova e dei Fieschi), con la Lunigiana e la Garfagnana e la zona delle valli del Trebbia (fino a Torriglia), la Val d'Aveto (fino a Santo Stefano d'Aveto) e Staffora (Oltrepò); e in quella che allora si diceva Lombardia (Val Bormida e Oltregiogo).
Dei suoi vari discendenti nel 1220 erano viventi i soli Corrado e Opizzino, confermati dall'imperatore nei loro feudi invero alquanto ridotti per le cessioni fatte specie a Piacenza. Nel 1221 essi divisero le loro signorie: Corrado ebbe la Lunigiana a ovest del Magra e la val Trebbia in Lombardia, dando origine al ramo dello Spino Secco; Opizzino ebbe la Lunigiana a est del Magra e la valle Staffora in Lombardia, dando origine al ramo dello Spino Fiorito.
giovedì 8 novembre 2012
AI CONFINI DELLE QUATTRO PROVINCE:IL GRUPPO APPENNINICO DELL'ANTOLA
IL GRUPPO APPENNINICO DELL'ANTOLA comprende le vette che si trovano lungo, o prossime, le dorsali che dipartono dalla cima del MONTE ANTOLA.Seguendo la dorsale nord, a cavallo tra le valli Borbera e Trebbia, le cime principali sono: il monte Carmo, il monte Alfeo, il monte Legnà, il monte Cavalmurone e il monte Chiappo.
Dal monte Chiappo la dorsale si divide in tre diverse catene: verso nord-ovest, tra la val Borbera e la val Curone, si trovano il monte Ebro e il monte Giarolo, in direzione nord, tra la val Curone e la valle Staffora, il monte Garave e il monte Bogleglio, infine verso nord-est il monte Lesima (che con i suoi 1724 m risulta essere la cima più elevata del gruppo) e il monte Penice.
Lungo la dorsale sud, tra la val Trebbia e la val Brevenna, si incontrano le cime del monte Cremado, del monte Duso e del monte Prelà, lungo i cui fianchi meridionali hanno sorgente sia il fiume Trebbia sia il fiume Scrivia.
La dorsale est, tra le valli Brevenna e Borbera, conduce alla cima del monte Buio.
Ampie zone del gruppo del monte Antola appaiono isolate e selvagge, i folti boschi di faggio e castagno che ricoprono i versanti sono popolati dalla fauna tipica dell'appennino tra la quale è ormai nuovamente presente anche il lupo, quale segnale di ritrovati equilibri naturali. il Parco naturale regionale dell'Antola in provincia di Genova è stato istituito nel 1995.
Oggi suddivisa amministrativamente in quattro province (Genova, Alessandria, Pavia, Piacenza) e quindi in quattro regioni (Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna) la zona del gruppo del monte Antola era fino alla prima metà del XX secolo punto di passaggio e di scambi commerciali tra le comunità insidiate nelle le valli e che oggi conservano ricordi e tradizioni comuni, in particolar modo musica e danze legate all'uso del piffero.
Dal monte Chiappo la dorsale si divide in tre diverse catene: verso nord-ovest, tra la val Borbera e la val Curone, si trovano il monte Ebro e il monte Giarolo, in direzione nord, tra la val Curone e la valle Staffora, il monte Garave e il monte Bogleglio, infine verso nord-est il monte Lesima (che con i suoi 1724 m risulta essere la cima più elevata del gruppo) e il monte Penice.
Lungo la dorsale sud, tra la val Trebbia e la val Brevenna, si incontrano le cime del monte Cremado, del monte Duso e del monte Prelà, lungo i cui fianchi meridionali hanno sorgente sia il fiume Trebbia sia il fiume Scrivia.
La dorsale est, tra le valli Brevenna e Borbera, conduce alla cima del monte Buio.
Ampie zone del gruppo del monte Antola appaiono isolate e selvagge, i folti boschi di faggio e castagno che ricoprono i versanti sono popolati dalla fauna tipica dell'appennino tra la quale è ormai nuovamente presente anche il lupo, quale segnale di ritrovati equilibri naturali. il Parco naturale regionale dell'Antola in provincia di Genova è stato istituito nel 1995.
Oggi suddivisa amministrativamente in quattro province (Genova, Alessandria, Pavia, Piacenza) e quindi in quattro regioni (Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna) la zona del gruppo del monte Antola era fino alla prima metà del XX secolo punto di passaggio e di scambi commerciali tra le comunità insidiate nelle le valli e che oggi conservano ricordi e tradizioni comuni, in particolar modo musica e danze legate all'uso del piffero.
lunedì 29 ottobre 2012
LIGURI E ROMANI NELLA VALLE STAFFORA
Le più antiche testimonianze archeologiche sulla valle Staffora risalgono al
periodo del Neolitico (3500 a.C. circa): si tratta di sporadici rinvenimenti
avvenuti a Guardamonte, Salice Terme e Castellaro
di Varzi. Quest'ultimo, avvenuto nel 1961, consiste nel ritrovamento di un'ascia
litica in serpentino verde con le due facce convesse molto usurate. Il
ritrovamento appare interessante per il luogo: nell'alta valle Staffora, dove è
dunque testimoniata la presenza umana anche in epoche remote.
In epoca più recente, la valle Staffora è stata teatro dell'insediamento dei Liguri. Si tratta di una popolazione su cui le fonti storiche sono molto scarse e stereotipate e ricordano in genere la loro condizione primitiva. I Liguri sono una popolazione diffusa nell'Italia centrosettentrionale, in un'area corrispondente alla Toscana settentrionale, alla Liguria, al Piemonte e Val d'Aosta e alla Lombardia odierne, oltreché a frange montane dell'Emilia e del Trentino. Verso il VI secolo a.C. i Liguri occupano tutta la zona compresa tra la foce del Rodano e l'Italia centrosettentrionale, arrivando addirittura alla Corsica e alla Francia.
I Liguri abitavano in borghi formati da capanne sparse e, non di rado, nelle caverne naturali, comuni sugli Appennini. Si occupavano di agricoltura di sussistenza, che non alleviava gli stenti e la povertà di cibo, dovuti alla conformazione montuosa del territorio appenninico. Altra fonte di cibo erano la caccia e la pesca, ove possibile. Per queste popolazioni il monte Penice aveva la prerogativa di montagna sacra: qui è stata rinvenuta nel 1924 una statuetta votiva, databile all'inizio dell'Impero, che testimonia la persistenza del monte come luogo di culto fin dai tempi antichi. La figura più venerata delle divinità liguri è Cicno (cigno), mitico re di questo popolo.
Dopo l'arrivo dei Celti nel VI-V secolo a.C., si forma una nuova stirpe, quella Celto-ligure, che si insedia nella valle Staffora mediante piccole tribù, che abbandonano le alte vette per insediarsi a mezza costa, in posizione più favorevole per procacciarsi il cibo. È il periodo della fondazione di villaggi come Varzi e, in seguito, Iria (Voghera). I Celti, al contrario dei Liguri, sono popolazioni linguisticamente appartenenti al ceppo indoeuropeo. La loro massima diffusione si colloca nel III secolo a.C., quando arrivano fino all'Asia Minore, partendo dalle zone di origine, cioè il corso superiore del Danubio e la Francia orientale. Sono popolazioni in cui prevale il sentimento tribale e l'appartenenza a piccoli gruppi, stanziati in un proprio territorio con insediamenti sparsi e governati in origine da un re.
La valle Staffora è ancora al centro
della storia degli Appennini con la conquista romana del III secolo a.C., ma
soprattutto dopo lo scoppio della II guerra punica nel 218 a.C. e l'arrivo del
grande condottiero Annibale. Questi, dopo aver sconfitto i Romani nella
battaglia del Trebbia (dicembre 218 a.C.), si attesta sui monti della valle
Staffora. La sua permanenza ha lasciato numerose tracce: il toponimo Strada
di Annibale dato alla mulattiera che da Brallo porta a Cima Colletta e al
passo del Giovà; il rinvenimento nella stessa zona di una lancia, un coltello e
alcune frecce.
Solo dopo la sconfitta di Annibale a Zama nel 202 a.C. i Romani riprendono la lotta contro i Liguri, sottomettendoli definitivamente nel 197 a.C. Inizia il periodo di dominazione romana, caratterizzata da insediamenti di presidi e colonie militari in pianura e lungo la via Postumia. La via Postumia è una strada consolare fatta costruire dal console romano Aulo Postumio Albino nel 148 a.C.; collegava Genova con Aquileia, passando per Libarna (presso Serravalle Scrivia), Derthona (Tortona), Clastidium (Casteggio), Placentia (Piacenza), Cremona, Verona Vicetia (Vicenza), Opitergium (Oderzo). Si tratta per lo più di una strada "di arroccamento", cioè una direttrice per gli spostamenti veloci delle truppe per la difesa del territorio e il suo controllo.
I Romani iniziano, poi, la penetrazione dell'alta valle Staffora,
probabilmente sia a caccia dei disertori dell'esercito, che si erano rifugiati
in zone inaccessibili, sia per i cristiani che, perseguitati nelle città, erano
fuggiti sui monti. Proprio al periodo romano risale un importante ritrovamento:
la fornace di Massinigo. Questa fu rinvenuta nel 1957 in occasione dei lavori di
costruzione della scuola elementare. La fornace è una delle strutture di questo
tipo meglio conservate in Lombardia e l'unico impianto produttivo del genere in
Oltrepò. Il forno ha pianta circolare con fondazione in pietra locale e alzato
in laterizi. Dell'impianto rimane un piano di cottura in argilla forato e
sostenuto da un corridoio a volte che collegavano i muretti di sostegno della
camera di combustione. Il legname combustibile veniva immesso tramite un
praefurnium, conservatosi solo in parte. La fornace aveva tiraggio verticale: il
calore usciva attraverso i fori del piano di cottura, riscaldava la camera dove
si trovavano gli oggetti da cuocere e usciva da un camino. Questo manufatto
serviva per la cottura di mattoni e tegole: lo spessore del piano di cottura è,
infatti, notevole ed è stata rinvenuta una grande quantità di materiale edilizio
all'interno della struttura stessa. Le analisi di tipo archeomagnetico hanno
permesso di collocare l'ultimo momento di utilizzo del forno entro la prima metà
del I secolo d.C.
In epoca più recente, la valle Staffora è stata teatro dell'insediamento dei Liguri. Si tratta di una popolazione su cui le fonti storiche sono molto scarse e stereotipate e ricordano in genere la loro condizione primitiva. I Liguri sono una popolazione diffusa nell'Italia centrosettentrionale, in un'area corrispondente alla Toscana settentrionale, alla Liguria, al Piemonte e Val d'Aosta e alla Lombardia odierne, oltreché a frange montane dell'Emilia e del Trentino. Verso il VI secolo a.C. i Liguri occupano tutta la zona compresa tra la foce del Rodano e l'Italia centrosettentrionale, arrivando addirittura alla Corsica e alla Francia.
I Liguri abitavano in borghi formati da capanne sparse e, non di rado, nelle caverne naturali, comuni sugli Appennini. Si occupavano di agricoltura di sussistenza, che non alleviava gli stenti e la povertà di cibo, dovuti alla conformazione montuosa del territorio appenninico. Altra fonte di cibo erano la caccia e la pesca, ove possibile. Per queste popolazioni il monte Penice aveva la prerogativa di montagna sacra: qui è stata rinvenuta nel 1924 una statuetta votiva, databile all'inizio dell'Impero, che testimonia la persistenza del monte come luogo di culto fin dai tempi antichi. La figura più venerata delle divinità liguri è Cicno (cigno), mitico re di questo popolo.
Dopo l'arrivo dei Celti nel VI-V secolo a.C., si forma una nuova stirpe, quella Celto-ligure, che si insedia nella valle Staffora mediante piccole tribù, che abbandonano le alte vette per insediarsi a mezza costa, in posizione più favorevole per procacciarsi il cibo. È il periodo della fondazione di villaggi come Varzi e, in seguito, Iria (Voghera). I Celti, al contrario dei Liguri, sono popolazioni linguisticamente appartenenti al ceppo indoeuropeo. La loro massima diffusione si colloca nel III secolo a.C., quando arrivano fino all'Asia Minore, partendo dalle zone di origine, cioè il corso superiore del Danubio e la Francia orientale. Sono popolazioni in cui prevale il sentimento tribale e l'appartenenza a piccoli gruppi, stanziati in un proprio territorio con insediamenti sparsi e governati in origine da un re.
Solo dopo la sconfitta di Annibale a Zama nel 202 a.C. i Romani riprendono la lotta contro i Liguri, sottomettendoli definitivamente nel 197 a.C. Inizia il periodo di dominazione romana, caratterizzata da insediamenti di presidi e colonie militari in pianura e lungo la via Postumia. La via Postumia è una strada consolare fatta costruire dal console romano Aulo Postumio Albino nel 148 a.C.; collegava Genova con Aquileia, passando per Libarna (presso Serravalle Scrivia), Derthona (Tortona), Clastidium (Casteggio), Placentia (Piacenza), Cremona, Verona Vicetia (Vicenza), Opitergium (Oderzo). Si tratta per lo più di una strada "di arroccamento", cioè una direttrice per gli spostamenti veloci delle truppe per la difesa del territorio e il suo controllo.
Silvia Marchese
pubblicato anche in:
Alla scoperta di Santa Margherita
Staffora /
"Museo civico di Scienze naturali di Voghera" : cura -- Voghera : 2005
"Museo civico di Scienze naturali di Voghera" : cura -- Voghera : 2005
Bibliografia consigliata
- A Massinigo cuocevano i laterizi = Oltre. Luglio 1992
- Santa Margherita Staffora (PV). Loc' Massinigo: restauro della fornace romana / D Caporusso, U Valdata = Notiziario della Soprintendenza archeologica della Lombardia. 1983.
- Il civico Museo archeologico di Casteggio e dell'Oltrepò pavese -- 2000
- Storia di Varzi. 1 / F De Battisti -- 1996
- Fornace romana di Massinigo nella Valle della Staffora / D Pace = Sibrium. 6. -- 1961
- Esame tecnologico dei materiale presumibilmente trattati nei forni ceramici di Massinigo (Pavia) e di Serle (Brescia) / C Storti = Sibrium. 6. -- 1961
- Tesori della Postumia -- Electa : 1998
- Santa Margherita Staffora (PV). Loc' Massinigo: sistemazione didattica
della
fornace romana / A Villa = Notiziario della Soprintendenza Archeologica della Lombardia. 1984
domenica 19 agosto 2012
PIFFERO DELLE QUATTRO PROVINCE
:::PIFFERO DELLE QUATTRO PROVINCE:::... Il piffero è lo strumento principe per
le musiche delle 4 province(OLTREPO ALTA VAL TREBBIA-SCRIVIA
LIGURE)culturalmente omogenea formata dalle valli montane delle province di
Pavia, Alessandria, Genova e Piacenza. Il MusottoL'intonazione è in sol. Lo
strumento è costituito da tre parti: Il musotto, l'ancia di questo strumento,
realizzata in canna, è colloc...ata in una "piruette" (bocchino chiamato
musotto), particolarità, unica in Italia, che ha in comune con gli oboe
orientali e antichi. Questa struttura permette di eseguire il fraseggio tipico
detto "masticato" del repertorio 4 province. La canna conica che ha 8 fori
(l'ottavo foro posteriore si usa col pollice mano sinistra). Un padiglione
svasato chiamato "campana" dove riposa, durante l'esecuzione, una penna di coda
di gallo, che serve per pulire l'ancia. Completano lo strumento le vere, anelli
di rinforzo e abbellimento in ottone. Anticamente veniva accompagnato dalla
cornamusa appenninica detta müsa e ai nostri giorni più frequentemente dalla
fisarmonica. La coppia piffero e fisarmonica accompagna ancora oggi tutte le
danze di questa zona. Il più rinomato costruttore di pifferi fu Nicolò
Bacigalupo, detto ü Grixiu (Cicagna, 1863 - 1937) attivo a Cicagna (val
Fontanabuona GE) dal 1900, dopo il suo ritorno dal Perù, fino alla sua morte.
Ciò che rimane della bottega del Grixiu (strumenti musicali semilavorati e
attrezzi tra cui il tornio a pedale) è conservato nel Museo etnografico Ettore
Guatelli di Ozzano Taro (PR). Oggi i pifferi continuano ad essere costruiti da
Ettore Losini, detto Bani, di Degara di Bobbio (PC) e da Stefano Mantovani della
provincia di Pavia. Il repertorio musicale è corposo, antico, trasmesso
attraverso i secoli (ilfifaro è citato in uno scritto del Pessagno su fatti
della val Fontanabuona del 1578) comprende oltre le melodie da ballo, brani che
scandivano i momenti della vita contadina: questue come il carlin di maggio, la
galina grisa o la santa croce; il carnevale con la povera donna; la partenza per
leva con leva levon; il matrimonio con la sposina (brano per accompagnare la
sposa dalla sua casa alla chiesa) e altri brani "da strada" come la sestrina per
accompagnare i cortei nelle varie occasioni. I pifferai più famosi del passato
furono Draghino, Ernesto Sala di Cegni, Jacmon, Giuanen e Fiur in val
Trebbia[senza fonte]. La coppia piffero-fisarmonica porta il nome, o più spesso
il soprannome dei suoi componenti, alcune di quelle attive oggi sono: Bani
(Ettore Losini) e Tilion (Attilio Rocca) Stefanino (Faravelli) e Franco
(Guglielmetti) Marco (Domenichetti) e Cisdra (Cesare Campanini) Roberto Ferrari
e Claudio Rolandi Stefano (Valla) e Daniele (Scurati) Massimo (Perelli) e
Gianpaolo (Tambussi) Fabio (Paveto) e Buscaien (Stefano Buscaglia) I gruppi di
folk revival che usano il piffero nei loro concerti: Baraban, la Ciapa Rusa, i
Tendachent, i Tre Martelli, i Musicanti del piccolo borgo, gli Enerbia, i
Müsetta, i Suonatori di menconico, la Quinta Rua, gli Epinfrai, i Calagiùbella
(Casalcermelli - AL), L'Ariondassa.
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